L’Ucraina di Cesare.

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L’Ucraina di oggi non sembra tanto la Serbia di cent’anni fa quanto la Gallia di Cesare, ovvero è come quest’ultima divisa in tre: Maidan e l’occidente, l’oriente continentale balcanico e la penisola di Crimea. Maidan è quella che ci siamo abituati a conoscere in questi ultimi mesi grazie all’incessante propaganda dei mezzi di in formazione occidentale, sempre bravissimi ad eleggere i propri eroi da sovrastimare ed esaltare, salvo poi rivelarsi completamente in balia di un obbiettivo falsato dall’ideologia e dal sensazionalismo, ingredienti obbligatori nel mondo globalizzato di oggi dell’informazione. La storia di Maidan è la storia di un paese dove una leader molto esaltata dalle cronache occidentali, la signora Tymoshenko dopo essere stata Primo Ministro ed aver mantenuto rapporti diretti con la Russia, dopo essere stata sconfitta alle elezioni politiche è stata rinviata a giudizio e condannata per corruzione, salve le denunce di persecuzione ovviamente sollevate dai suoi fedelissimi. La storia di Maidan è la storia di un leader energico diventato rapidamente volto della rivolta, l’ex pugile signor Vitali Klitschko, che vive in Germania dove paga le tasse, che dopo aver firmato un accordo con il Presidente Yanukovich che prevedeva elezioni democratiche parlamentari e presidenziali per uscire dalla crisi si è rimangiato l’accordo sostenendo il golpe con cui il Parlamento ha dichiarato decaduto il Capo dello Stato senza aver nessun potere legale per farlo. La storia di Maidan è la storia di numerosi gruppi paramilitari neonazisti che uniti dall’ideologia che identifica in Mosca e nell’est dell’Ucraina il nemico da abbattere ha armato la mano di piazza Maidan favorendo per parte sua il degenerarsi della situazione. Anche questi sono capitoli della grande storia di piazza Maidan che andrebbero scritti assieme alle vere violenze da parte delle bande contigue al Governo ed alla polizia, alle cariche, alla corruzione del clan del signor Yanukovich ed alla sua alleanza di ferro con la Russia.

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La risposta forte al golpe filo occidentale è stata la fulminea azione dei reparti speciali russi e delle unità paramilitari senza distintivi (ma collegate alle forze russe) che ha portato la penisola di Crimea sulla strada della separazione definitiva da Kiev, sia essa attraverso una autonomia pressoché assoluta o con l’associazione diretta alla Federazione Russa nei prossimi mesi lo sapremo. Con un particolare importante: in Crimea la maggioranza della popolazione è di etnia russa, e quindi l’aggressione pitturata dai media occidentali sul campo appare in realtà come una marcia di liberazione sostenuta dalla popolazione civile. Nessuno crede ovviamente che la rivolta sia nata dal caso o come semplice reazione a Maidan, bensì sobillata da agenti di Mosca secondo un piano prestabilito e depositato da tempo nei cassetti della stanza dei bottoni del Cremlino. La vera soluzione politica sulla Crimea che l’occidente deve seguire non può essere un muro contro l’autodeterminazione della penisola, USA ed Europa non possono opporsi dopo aver sostenuto con la forza vent’anni fa l’indipendenza del Kosovo a maggioranza albanese dalla Serbia. Il vero impegno di coerenza con i principi fondativi del diritto internazionale e con i principi fondativi di Stati Uniti ed Europa deve essere verso un accordo con le autorità autonome di Simferopoli e Mosca nei confronti della minoranza ucraina e tartara della Crimea che con la separazione da Kiev dovranno essere sempre tutelate come è avvenuto fin ora con la larga autonomia concessa ai russi della regione.

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Il vero risiko che rischia di provocare un conflitto armato limitato, anche se le minacce di boicottaggio del G8 di Sochi da parte di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Canada sembrerebbe sottintendere una scarsa preoccupazione per una reale offensiva russa, riguarda le regioni orientali dello Stato ucraino dove la linea di demarcazione tra russi ed ucraini non esiste. La realtà qui è di natura balcanica, ovvero la convivenza storica tra le varie etnie non potrebbe mai portare alla definizione di zone geografiche da spartire, salvo il ricorso allo spostamento di popolazioni, pratica autoritaria da Ottocento impraticabile oggi. Il governo di Kiev nato dalle forze delle opposizioni sconfitte alle elezioni politiche e diventate amministrazione violando l’accordo politico con la maggioranza grazie ad una azione di piazza, oggi condanna altre piazze che protestano contro il golpe invocando l’intervento russo. Ma si sa che nel gioco della retorica a seconda delle telecamere che riprendono l’obbiettivo riporta piazze buone e piazze cattive. La copertura dei media occidentali da un lato e di quelli russi dall’altro è la dimostrazione plastica di questo fatto. La soluzione deve essere politica hanno detto i maggiori attori internazionali più neutrali come Papa Francesco, o due Paesi di peso legati economicamente alla Russia ma con un piede saldo nell’Occidente e ella Nato come Italia e Germania. Fino a quando la vittoria di Maidan sarà un elemento divisivo per il Paese le tensioni in Ucraina orientale aumenteranno, solo un coinvolgimento politico delle forze orientali, e quindi filo russe, potranno disinnescare la crisi latente. Ma questo inevitabilmente porrà un arresto alla marcia forzata verso l’Ue che una parte del Paese vuole percorrere.

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