Renzi e la lunga marcia verso il 25 maggio.

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Mercoledì il Presidente del Consiglio ha presentato le misure economiche ed il famoso Jobs Act, il grande piano di rilancio dell’economia che se fosse effettivamente attuato coinvolgerebbe dieci milioni di italiani del ceto medio impoverito con un significativo ritorno economico. Il progetto è molto ambizioso, ma è la ragione stessa per cui il signor Renzi ha deciso di prendersi Palazzo Chigi pugnalando alle spalle il fratello maggiore. Il dato che ha colpito dell’annuncio del Premier alla stampa è stata la tempistica. Lungi da promesse con orizzonti vaghi di legislatura, nonostante una coalizione variegata e potenzialmente conflittuale ed una minoranza che lo aspetta al varco per riprendersi la guida del Partito, il giovane Matteo ha promesso che attuerà tutto il progetto entro fine maggio, pena la sua sconfitta personale. Molti commentatori hanno lodato questo tipo di atteggiamento leggendovi un’innovazione rispetto alla politica del passato fondata su promesse vaghe, cercando di identificare il cambio di verso. Nei fatti il Capo del Governo ha iniziato una lunga marcia verso le elezioni europee che decideranno molto più di qualsiasi risultato concreto del futuro politico suo e del suo partito. La fortuna per il paese è che a quell’appuntamento il Governo si presenterà con misure incidenti, ben conscio che ormai le parole favoriscono solo il non voto e le forze radicali estreme. Il Jobs Act è, quindi, più figlio delle europee che di una visione politica di cambiamento epocale, per quanto se fosse attuato una misura che vada ad incidere su uno strato di popolazione così ampio permetterebbe al signor Renzi non solo e non tanto di vincere alle europee ma di convincere gli italiani sul fatto che lui è l’uomo forte della politica. L’uomo del fare. Questo porrebbe un’ipoteca sul futuro sbloccando quella fetta di elettori archiviati temporaneamente nell’astensione o nel voto di protesta al M5S perché delusi dalla politica, e attuerebbe gli elettori berlusconiani orfani del loro idolo più personale che politico. Ma tutto questo dopo le elezioni. I prossimi cento giorni, fino al 25 maggio saranno la vera forgia del renzismo, e le incognite sono molte. A partire dalla lotta intestina al Pd che sarà riversata sull’Italicum al Senato e sull’abolizione dell’organo stesso posta dal Premier come condizione per la sua sopravvivenza. Se in futuro ci chiederemo dove è nata la Terza Repubblica non sarà da un voto in una direzione di partito, ma dalle urne del 25 maggio 2014.

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