Livorno campione d’Italia.

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Il risultato delle elezioni comunali di Livorno è la migliore sintesi del nuovo corso della neonata III Repubblica. Nella cittadina sul Tirreno il M5S ha vinto il ballottaggio, partendo dal secondo posto del primo turno, sconfiggendo un Partito Democratico profondo al potere ininterrottamente dal 1946. 

Il cardine della politica elettorale della Prima Repubblica è stato, per sessant’anni, il principio dei due argini. La Democrazia Cristiana ed i piccoli partiti laici contribuivano sommandosi ad arginare il comunismo, tenendo ancorata l’Italia al sistema occidentale. A pari condizioni il PCI arginava la dispersione del voto dei lavoratori, radunandolo sotto le sue insegne, per poter proporre con legittimità un’alternativa socio-economica al modello occidentale. Nel passaggio alla Seconda Repubblica il principio dell’argine è passato in eredità al centro-destra, che nella sua retorica e nei fatti, ha avuto per vent’anni il compito di arginare il centro-sinistra, nel nuovo sistema dell’alternanza, uscendo sconfitto di breve misura solo in quelle occasioni dove questa operazione non riusciva favorendo un passaggio dei suoi elettori nell’astensionismo. Questo principio dell’argine assumeva anche dei chiari connotati geografici nella cartina politica italiana, arginando appunto la sinistra comunista prima ed il centro-sinistra poi nelle regioni rosse centrali.

Nella Terza Repubblica il principio dell’argine è stato sommerso dalla nuova formula politica basata sul principio del cambiamento nuovista. Principio questo che ha avuto come effetto lo svuotamento dell’elettorato tradizionale d’appartenenza, facendo registrare un minimo alle forze identitarie dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, rendendole irrilevanti. Ha demolito la concezione del bipolarismo fondato su una rigida divisione ideologica in campi definiti e chiari nei contenuti a prescindere dalla quotidianità dei fatti. Ha conquistato dall’interno il principale partito italiano con l’incontrastata scalata renziana alla segreteria prima, e l’abbordaggio a Palazzo Chigi poi. Ha penalizzato le forze quali Forza Italia fondate su un potere tradizionale incapace di evolversi ed innovarsi, nei protagonisti e nei contenuti. 

Il tema del cambiamento è emblematico di un discorso pubblico che ha traslato le insofferenze per la condizione socio-economica sul piano di un generalizzato attacco alla classe politica, che trascende i singoli casi di corruzione e malaffare di cui è colpevole la politica. Le radici di questo movimento d’opinione sono simili a quanto già vissuto nell’analoga situazione di crisi economico-politica del 1992-1994. L’ampio consenso goduto dal senatore Monti al tempo del suo mandato governativo, così come il successo della sua lista personale, che certamente per contenuti e comunicazione era tutt’altro che populista, dimostra come i cittadini gli hanno riconosciuto allora di aver agito con sacrifici necessari nella contingenza di crisi drammatica del 2011. Sacrifici che sono oggi la base per qualsiasi progetto di rilancio che il Governo Renzi o chiunque altro potrebbe mai pianificare nel nostro paese. Ma avendo essi colto col tempo l’amarezza delle misure essenziali a salvare l’economia italiana, sopratutto quella reale, un’ampia parte dell’elettorato ha deliberatamente gettato le sue frustrazioni sull’austerità sulla classe politica, pretendendo e correndo dietro ai vari pifferai magici che senza perdere tempo hanno risposto loro con la dolce melodia qualunquista che volevano sentirsi narrare, o urlare. 

In questo ambito l’incarnazione della discontinuità, del cambiamento contro un indefinito passato, rappresenta l’unica bussola che muove buona parte delle masse elettorali in questa rapida fase magmatica della politica. Livorno ha rappresentato un caso mediatico enorme solo a causa di quella cultura del sensazionalismo e del sentimentalismo su cui ampiamente investono i mezzi di informazione, riscontrando peraltro un’ampio consenso fra il loro pubblico in termini di ascolti. Questo clamore, tuttavia ha oscurato il vero dato del risultato, che va ricercato in una sinistra al potere identificatasi completamente con l’amministrazione ed i suoi poteri, incapace di auto evolversi perpetuando se stessa. Attraversata al suo interno, la vera causa della sconfitta elettorale, da ampie forze conservatrici rispetto al cambiamento necessario se non apertamente ostili. Interamente subalterne, sul piano culturale, ad un’idea di cambiamento avveratasi nel renzismo, e dal punto di vista pratico regalando l’essenza stessa del cambiamento a Matteo Renzi. In sostanza il risultato di Livorno, se fosse avvenuto uno studio serio delle condizioni sul campo, che sarebbe stata non solo prevedibile ma inoltre comprensibile nella sua vera portata. 

Si può quindi concludere affermando che Livorno, proprio a causa del suo risultato elettorale, è un campione dell’Italia della Terza Repubblica. Quell’Italia che cerca tra i guanciali del populismo renziano e grillino la dolce ebrezza dell’anestesia dalla crisi che vive. Chi saprà identificarsi col cambiamento è destinato a scrivere la storia politica dei prossimi anni, avendone un ruolo, anche se l’esperienza renziana lascia intravedere un elemento che non deve essere sottovalutato. I cittadini, rispetto alla devastazione rivoluzionaria, sembrano prediligere un eroe anti-sistema a cui affidarsi, che però sia comodamente seduto al vertice di quello stesso sistema. 

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