Quattro idee per un Bundesrat italiano.

Maccari-Cicero

La riforma del Senato, la cui versione finale ancora non è nota, per essere realmente incisiva deve essere affrontata partendo dalle funzioni e dalla natura istituzionale della nuova seconda camera. Il Senato così come ideato dall’Assemblea Costituente si fonda su quattro elementi distintivi che sono:  il bicameralismo perfetto, ovvero la condivisione delle stesse funzioni con la Camera dei Deputati (art. 70). Il secondo punto concerne la natura dell’organo, che è fondato su una discriminante di anzianità. La Costituzione sancisce (art. 58) la doppia soglia di venticinque anni per l’elettorato attivo e di quaranta per quello passivo. Il terzo elemento è la definizione costituzionale delle circoscrizioni di elezione del Senato identificate con le regioni (art. 57), elemento questo che è di natura esclusivamente territoriale in quanto nel 1948 le Regioni (salvo in parte quelle a statuto speciale) non esistevano come ente proprio e non sarebbero nate fino al 1970. L’ultimo elemento distintivo è la composizione senatoriale che, caso raro negli ordinamenti costituzionali scritti nel XX secolo, è mista, in quanto affianco ai senatori eletti i Padri Costituenti hanno previsto la presenza di una quota di senatori nominati dal Capo dello Stato oltre che i Presidenti Emeriti della Repubblica in funzione del loro precedente incarico.

Nella sua volontà riformatrice il Presidente del consiglio Renzi ha fissato due elementi essenziali, non negoziabili, ovvero la non eleggibilità diretta dei senatori e la loro funzione di rappresentanti delle regioni e dei sindaci. Oltre a queste due previsioni, però, i confini dell’intero provvedimento sono alquanto vaghi. Personalmente condivido l’impostazione di superamento della natura attuale del Senato, ovvero dei quattro punti che ho elencato sopra, pur esprimendo alcune riserve su alcune previsioni del Governo che emergono dal testo base. Di seguito elenco i quattro punti che ritengo necessari per una riforma radicale della seconda camera, che risponda ai principi ”non negoziabili” indicati dal premier:

1. La compartecipazione dei poteri legislativi locali.

 Eliminata l’elezione diretta dei senatori, la nuova Camera dovrà essere il luogo ove i poteri legislativi locali (ovvero le regioni) si riuniranno per approvare, assieme alla maggioranza politica eletta dai cittadini nella Camera dei Deputati, i provvedimenti della legislazione concorrente Stato-regioni. Il principale impedimento ad un’evoluzione di questa natura è costituito da rischio che i consiglieri-senatori si suddividano, una volta entrati in aula, fra le rispettive forze di provenienza, ricreando una sorta di gruppi parlamentari trasversali ai territori di provenienza. Per rappresentare realmente i poteri legislativi locali le delegazioni regionali, il cui numero di componenti andrà stabilito proporzionalmente agli abitanti ovviamente, dovranno però esprimere nella totalità dei loro seggi un’unico voto conclusivo sui provvedimenti. In base all’attuale legislazione elettorale regionale questo si tradurrà in una concordanza fra la Giunta e la delegazione (composta in maggioranza da sostenitori del Presidente) permettendo, però, all’opposizione in Consiglio regionale di prendere parte ai lavori ed alle discussioni e di esprimere le sue valutazioni sulle scelte politiche della delegazione e del Senato. 

2. I Sindaci solo se Metropolitani. 

L’inserimento dei sindaci nel nuovo Senato è un banale atto ideologico e sterile, che risponde più alla retorica del partito dei sindaci e non guarda alla natura della nuova istituzione. Infatti il sindaco è un organo esecutivo amministrativo, che non esercita nessun potere legislativo, che non sarebbe un rappresentante di un organo legislativo o di una realtà territoriale. Benché in apparenza il progetto Boschi preveda che il rappresentante dei sindaci sia eletto da un’assemblea di suoi pari, nei fatti questo collegio ratificherebbe l’elezione del sindaco della città più grande che difenderebbe, e negozierebbe, solo sulle sue priorità senza rispondere realmente ad una volontà politica dell’assemblea che lo ha eletto.  L’unico modo per cui un Comune potrebbe inviare dei propri rappresentanti nel futuro Senato, potrebbe avvenire qualora il Governo, mettendo mando alla riforma del Titolo V della Costituzione (sulle Autonomie) istituisse le Città Metropolitane. Essendo assente qualsiasi previsione funzionale delle stesse nel dettato costituzionale sarebbe l’occasione per conferire a questi organi di natura intermedia una misura determinata di potere legislativo che gli consentirebbe, oltre ai benefici per la sua azione territoriale, anche di essere di diritto un potere da includere nel processo di approvazione della legislazione concorrente nel nuovo Senato. 

3. La fine del laticlavio. 

L’istituto dei senatori a vita di nomina presidenziale, ereditata nel testo costituzionale del 1948 dalla precedente esperienza statutaria, per i tempi della Costituente fu un ragionevole compromesso tra un passato monarchico liberale ed un futuro repubblicano democratico. Oggi le ragioni storiche e politiche che reggevano questo istituto, a settant’anni di distanza, non sussistono più. A maggior ragione con la definizione di un Senato quale aula dei poteri legislativi concorrenti allo Stato centrale, dove una presenza individualista, calata dal ”cielo” e fondata su meriti, sicuramente degni di rispetto, ma che non hanno nessun legame specifico con le istituzioni territoriali non trova ragione di sussistenza. A pari merito i senatori funzionali, ovvero i Presidenti Emeriti della Repubblica, che caso unico quello italiano divengono parte del procedimento legislativo solo in ragione di una funzione dismessa, non troverebbero più posto al Senato, anche se per ragioni di rispetto istituzionale e culturale, considerato il meccanismo del premio di maggioranza, si potrebbe forse farli trasferire alla Camera dei Deputati, come già ideato, peraltro, nella riforma del centrodestra del 2005. 

4. Elezione del Presidente della Repubblica. 

Sono sorte diverse polemiche in questi giorni sul fatto che la riduzione del numero dei delegati in Senato ed il premio di maggioranza alla Camera dei Deputati permetterebbero in terza votazione (dove il quorum scende dai due terzi alla maggioranza assoluta) ad un solo partito di eleggere il Capo dello Stato. Premesso che la storia ci dimostra che questo non è vero e ci possono essere partiti che da soli non riescono ad eleggere un Presidente (si veda il caso Prodi nel 2013) ed invece coalizioni divise su tutto che ci riescono (l’elezione di Giorgio Napolitano nel 2006); i Padri Costituenti, diminuendo il quorum, prevedettero l’eventualità della costituzione di una maggioranza ridotta, e quindi più politica, che designasse la più alta magistratura dello Stato. Il vero problema della questione, oscurato da questa inutile polemica, riguarda invece la presenza o meno di delegati regionali, attualmente designati dai consigli regionali. Considerata la mutata natura della composizione del Senato questi ulteriori delegati dovrebbero essere cancellati, anche se questo favorirebbe uno scompenso numerico a favore dei deputati, che comunque non va dimenticato rappresentano la volontà popolare nel suo insieme. 

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