Il fantasma dell’ultimo dei Papandreou.

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Mai il ”compleanno” di un partito ha coinciso con un pezzo così significativo di storia di una Nazione. Mai come quest’anno, un tale ”compleanno” è parso nei toni di una messa di suffragio per un’anima defunta, il ricordo di qualcosa di perso più che la celebrazione di qualcosa di vivo. Mercoledì 3 settembre ricorrono i quarant’anni dalla fondazione del Movimento Socialista Panellenico ad opera di Andrea Papandreou. Era il settembre del ’74, un anno prima gli studenti erano stati massacrati nel Politecnico di Atene dai militari, il colonnello Papadopoulos al potere dal 1967 era stato sostituito dall’ala dura delle uniformi. A luglio i turchi avevano invaso Cipro, occupandone metà del territorio, e gli Stati Uniti, per evitare una guerra che indebolisse la NATO ai confini mediterranei con l’Unione Sovietica tolse la sua protezione alla cupola militare che marcì rapidamente in pochi giorni. Il primo atto del nuovo premier democratico Costantino Karamanlis fu il richiamare dall’esilio tutti i capi politici, tra cui l’ex ministro Andrea Papandreou, già noto alle cronache per la sua lotta contro la Giunta.

24EECF61710AD50008A5E3E57372E6B3(Andreas Papandreou il 3 settembre del 1974)

Il grande rito annuale, celebrato con costanza dai protagonisti e dagli eredi di quell’evento, quest’anno però riassume tragicamente il dramma che la famiglia socialista greca sta vivendo. A dare il segno del caos che regna nel partito vi è la decisione di svolgere due celebrazioni parallele dell’anniversario, differenti tra loro per data ma sopratutto per significato politico. Il presidente del Pasok Evangelos Venizelos parlerà il 3 settembre all’iniziativa ufficiale, alla quale ha cercato, nelle ultime settimane, di cucire addosso il vestito delle grandi occasioni.  La macchina arrugginita del Movimento è stata interamente mobilitata per garantire la presenza nella sala, con centinaia di inviti spediti ad esponenti attuali e passati del Pasok, tra cui alcuni ormai in rotta col partito. Il tutto alla luce di una rilevazione elettorale impietosa, pubblicata nel fine settimana dal quotidiano ”Elefterotipia”, secondo cui i socialisti arriverebbero si e no al 3,3% dei consensi, un soffio appena sopra la soglia di sbarramento fissata al 3%. Il successo dell’evento per il presidente Venizelos è essenziale per traghettare il partito verso il nuovo Partito Democratico del Centrosinistra, dalla posizione di forza egemone. 

EB89FD8B18010556140DEB56CA48D420(Evangelos Venizelos davanti alle foto dei suoi predecessori. Da sinistra A. Papandreou, K. Simitis e G. Papandreou)

Ma il dato che segna l’eccezionalità dell’evento, oltre al calcolo degli anni, è la seconda iniziativa celebrativa che registra il ritorno sulla scena di un uomo che, per tutti, appartiene ormai al passato di questi quarantanni di storia: Giorgio Papandreou. Questo pomeriggio, infatti, presenzierà all’apertura di una mostra dal titolo emblematico: ” Dalla Lotta senza quartiere al Cambiamento”, dedicata interamente all’attività politica del nonno Georgios Papandreou negli anni ’60 ed a quella del padre negli anni ’80, iniziata con la vittoria elettorale del 1981 sotto lo slogan: ”Cambiamento”, appunto.

E’ raro incontrare Giorgio Papandreou in Grecia, ultimamente. Negli ultimi due anni, nonostante sia un deputato in carica, ha dedicato il suo tempo a conferenze internazionali, al suo ruolo di presidente dell’Internazionale Socialista e di professore dell’Università di Harvard. Il segnale che fosse necessario per lui cambiare area gli venne la notte di Pasqua del 2012, a pochi mesi dalla sua uscita di scena ingloriosa, prima dal Governo e poi dal Pasok, quando lui e la moglie furono cacciati dalla chiesa dove si stavano recando, da una folla inferocita che lo condannava senza processo, oltre che per i suoi personali errori nella gestione della bancarotta greca, fallimentare dal punto di vista sociale, sopratutto per tutti gli errori che la classe politica aveva condotto negli anni di ”buoni raccolti” proprio a partire da quel ”Cambiamento” del 1981. Il popolo in piedi, in attesa dell’unica Buona Novella di quel maledetto 2012, lo cacciò e lui, cogliendo al balzo l’occasione, si trasferì per diversi mesi ad Harvard ad insegnare ad una nuova classe dirigente.

Nonostante questo episodio quello che l’ex premier non ha mai accettato è stato di dover sollevare sulle sue spalle la totalità della responsabilità, attribuitagli anche da parte dei suoi ex amici socialisti, della crisi economica. Il baratro che si è formato tra lui ed il suo successore Venizelos non è più colmabile, sopratutto a causa della preannunciata fuga dal Pasok, giudicato un brand negativo. L’amarcord papandreiano, che andrà in scena oggi, appare pericolosamente ripiegato su se stesso. Il discorso che l’ex premier terrà stasera non potrà essere, infatti, un vero e proprio comizio, giacché fra il pubblico siederanno molti dei suoi nemici, tra cui in prima fila proprio Venizelos. Non sarà neppure un discorso di partito, poiché per segnare le distanze tra lui e la dirigenza attuale Giorgio Papandreou non partecipa più agli organi direttivi e non sarà presente mercoledì all’iniziativa ufficiale. Il non plus ultra di mantenere nome e simbolo, poi, più che un’indicazione strategica appaiono la recalcitrante ossessione di un vecchio che è chiamato a vendere la cascina che è diventata l’antica villa di famiglia. Solo il superamento del Pasok, come ben sa Venizelos, può portare a rifondare il Centrosinistra ed incunearlo tra Nuova Democrazia e Syriza, un luogo politico nuovo e sopratutto libero dall’eredità e dai complessi, appunto, del Pasok statalista e clientelare degli ultimi quarant’anni.

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Ma forse l’iniziativa di oggi non sarà un comizio, una lezione su come gestire il partito o di strategia politico-elettorale. Circondato dalle fotografie dei suoi antenati andrà in scena l’epilogo di questa dinastia, in un clima carico di nostalgia e polvere. Una sorta di museo, questa esposizione, che Giorgio Papandreou stesso decide di inaugurare. Ma si sa, i musei celebrano sempre la morte, mai le cose vive. In questo clima torna, sinistramente alla mente, la strofa finale della canzone, dal ritmo popolare, che nel 2004 venne registrata per celebrare l’elezione di Giorgio, l’erede a lungo atteso, alla presidenza del Movimento Socialista Panellenico. Come una buona intenzione, degna dell’antologia andreottiana per cui dovrebbe trovarsi a tappezzare, come tutte le buone intenzioni, le pareti dell’Inferno, queste parole paiono, oggi, essere il tormentoso contrappasso del fantasma dell’ultimo dei Papandreou. << Diventa il protettore del popolo ed il campione del bene, affinché mai si spenga il nome di Papandreou>>.

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