Alle Termopili.

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La Grecia ha scelto. Ha scelto di non cambiare. Otto mesi dopo la rivoluzione elettorale che ha portato al potere un partito fino ad allora marginale, balcanizzato come solo la Sinistra sa essere, i Greci hanno confermato il nuovo regime al potere, almeno per qualche tempo ancora. La scommessa temeraria di Alexis Tsipras di correre alle urne in tre settimane, giusto in tempo prima di dover attuare le nuove misure di austerità, gli ha dato un esito favorevole. Evitando una resa dei conti parlamentare ed elettorale a Sinistra, contro la pattuglia massimalista di Unità Popolare, il signor Tsipras ha avuto gioco facile nel presentarsi ancora come avversario del regime politico precedente. Regime questo rappresentato da una Nuova Democrazia che si è dimostrata incapace di rinnovarsi, intimorita dall’enorme successo personale del signor Tsipras, e soprattutto attraversata da una latente guerra civile. Nei tre anni di governo di Antonis Samaràs, l’incapacità di mantenere un filo diretto con la società civile è andata di pari passo con la soppressione di qualsiasi confronto interno, nonostante la gravità delle scelte intraprese in termini sociali. Questo ha portato ad una radicalizzazione delle posizioni che non è stata del tutto assopita dalla precipitosa designazione di Evangelos Meimarakis a leader transitorio, dopo le dimissioni del signor Samaràs.

Alexis Tsipras ha vinto sulle ceneri delle sue promesse di speranza e di cambiamento. Ha vinto l’eroe sconfitto, che ha giurato di aver lottato fino all’ultimo. E poco importa se il Terzo Memorandum sia un tradimento del risultato referendario o che il programma elettorale di Syriza per queste elezioni sia stato scritto a Bruxelles. Cinque anni dopo l’inizio della crisi economica il governo tedesco, l’eurocrazia ed il Fondo Monetario Internazionale hanno vinto. La speranza e la rabbia dei Greci hanno lasciato posto all’autoconsolazione, che è prerrogativa dei vinti, non dei virtuosi.

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