Il mito del Politecnico.

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Un anno fa, il 17 Novembre 2014, Alexis Tsipras, allora emergente capo dell’opposizione, fu accolto da un lungo applauso nel giradino del Politecnico di Atene. Vi si era recato, come ogni anno, a rendere omaggio agli studenti uccisi nel raid della Giunta militare contro l’occupazione dell’edificio, quarantun anni prima. Questa mattina invece, il Primo Ministro rieletto con un ampio margine meno di due mesi fa, è stato fischiato ed assalito da un gruppo di studenti, che lo hanno costretto a lasciare precipitosamente il luogo. L’iniziativa non è stata né spontanea né, tanto meno, casuale. Anzi la premeditazione ha voluto colpire con maggiore durezza il leader della Sinistra radicale al potere, il quale dopo aver dovuto celebrare le festività nazionali del 25 Marzo e della Pasqua Ortodossa con lo Stato ufficiale, si è visto privare il palcoscenico nella sua prima uscita da premier per una celebrazione di sinistra.

I fatti del Politecnico sono, infatti, la Pasqua della religione culturale della Sinistra greca, che ha dominato la scena culturale del paese dal 1974 sino alle vicende dell’attuale Governo. Come tutte le religioni, anche quella del Politecnico trae la sua genesi dalla morte. L’uccisione degli studenti che avevano sfidato la giunta del colonnello Georgios Papadopoulos, nel momento in cui questi aveva deciso di avviare una fase di riforme del regime, convocando elezioni parlamentari per il Febbraio del 1974. Le prime dal 1967, seppur non completamente libere. L’annunciata svolta nei piani del dittatore avrebbe portato ad un sistema politico di modello turco, ovvero con istituzioni elettive civili poste sotto la tutela dei vertici delle Forze Armate. Questo piano contava due principali nemici: i partiti di sinistra, che sarebbero rimasti esclusi per decenni dal gioco politico, mentre temevano un accostamento al nuovo regime della classe borghese; e l’ala dura delle Forze Armate, a cui piaceva pensare ancora la società greca come una grande caserma. Le agitazioni universitarie, culminate con l’occupazione dell’edificio del Politecnico, con la creazione di una radio clandestina che diffondeva messaggi contro il Governo, e gli scontri con la polizia nelle strade, paradossalmente favorirono l’incontro di queste due correnti che si erano andate radicalizzando nel corso degli anni della Giunta.

La storia, la retorica e l’ipocrisia concordano nel raccontare e sottolineare i fatti reali dell’ingresso del carro armato nel giardino dell’edificio, quella tragica notte. Le violenze e le torture successive. Tuttavia omettono, per puro zelo religioso, la dovuta conclusione che fa del Politecnico un Venerdì Santo, un sacrificio senza Resurrezione. Il massacro studentesco segnò il fallimento della protesta, non la fine del regime militare. L’agitazione ideologica e chiassosa fu immediatamente silenziata dalle armi dell’ala radicale dell’Esercito, guidata dal generale Dimitris Ioannidis, il quale liquidò grazie agli studenti, Papadopoulos e tutta la corte imborghesita del regime, imponendo la legge marziale nelle strade e nelle coscienze.

La società civile, i lavoratori, parte della Chiesa Ortodossa e delle Forze Armate si sarebbero mossi solo otto mesi più tardi, nella tragica estate del 1974. Schiavo del suo estremismo, e della sua religione che portava il nome di Nazionalismo, nel luglio di quell’anno Ioannidis tentò di rovesciare con la forza il Governo cipriota dell’Arcivescovo Makarios. Il golpe doveva, nella sua ottica, riunificare quel popolo di Greci a cui era stato impedito nel 1960, dal Regno Unito, di riunificarsi con la Madrepatria. Il tentato assassinio di Makarios e la successiva guerra civile anticiparono i piani della Turchia, che mirava ad impossessarsi dell’isola fin dai primi anni ’60, portandola ad occupare con rapidità quasi la metà del territorio. L’intervento decisivo del Governo statunitense impedì ai militari di Atene di avviare una guerra su larga scala contro l’antisovietica Turchia, e de facto segnò il doppio destino dell’isola e del regime militare. I soldati, che uscendo dalle caserme sette anni prima, avevano giurato sulle Icone più sacre che avrebbero protetto la Patria dai molti nemici, erano stati buoni a torturare Greci ed a consegnare Cipro al nemico.

Solo allora le fondamenta istituzionali e sociali del regime si scossero. Il ritorno di Costantino Karamanlis dall’esilio, ed assieme a lui della democrazia, fu una transizione consensuale con la gerarchia militare, e pertanto compromissoria ed ingloriosa. E pur tuttavia pacifica e saggia. Il rito della liberazione fu limitato alle televisioni, ove andò in onda il processo ai vari Papadopoulos, Pattakos, Makarezos e Ioannidis. Intanto la Sinistra greca, sconfitta nella guerra civile del 1945-49, si vide privare ancora una volta della sua rivoluzione, non potendo imporsi sul processo di democratizzazione borghese, e rimanendo ai margini del potere parlamentare. In assenza di una società comunista da costruire, ci si dedicò al culto dei morti del Politecnico, che divenne la religione ufficiale da contrapporre alle parate militari ed agli inni ortodossi del regime ufficiale, che divenne religione per i più devoti e mito per tutti gli altri. Un mito comodo, il mito della rinascita della democrazia in Grecia, che consegnava agli sconfitti la consolazione ed ai restanti il perdono per il tradimento di Cipro.    

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