Hong Kong, quel desiderio di indipendenza.

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Ci sono due ragazzi, Sixtus Leung, che porta il soprannome di ”Baggio”, ed una ragazza Yau Wai-ching. Nelle elezioni dello scorso 4 settembre sono stati eletti consiglieri della legislatura autonoma di Hong Kong. Sono due nemici di Pechino e di tutto quello che il regime comunista cinese rappresenta, in particolare in materia di diritti umani e libertà politiche.

untitledLa particolarità di questi due ”millenials”, 30 anni lui e 25 appena lei, è il modo in cui hanno alzato il livello di lotta politica contro la Cina, che da sempre arde nella città, differenziandosi dagli altri consiglieri del campo pro-democratico. Per la prima volta quest’anno la parola <<indipendenza>> ha assunto un peso specifico nel dibattito elettorale saldandosi con una battaglia generazionale avviata dallo sfortunato ”Umbrella Movement” che nel 2014 portò migliaia di studenti ad occupare il centro di Hong Kong, chiedendo maggiore libertà.

Questi giovani attivisti, nati a ridosso del passaggio di Hong Kong dal Regno Unito alla Repubblica Popolare nel 1997, non hanno praticamente ricordi del passato coloniale, e pertanto sono liberi dal complesso nazionalista del dominio straniero quale elemento da esorcizzare riunendosi con la Cina. A differenza di buona parte della generazione pro-democratica precedente, che vede nella fine della democrazia la perdita di un certo livello di libertà, i vari Baggio e Yau hanno dinnanzi a sé una data molto precisa che è il 2047, anno in cui scadrà l’accordo sottoscritto da Londra e Pechino in base al quale il governo cinese concede ad Hong Kong di poter mantenere certi standard di libertà economiche, civili e politiche riassunte nel principio <<Un paese, due sistemi>>.

E’ la consapevolezza di vivere un breve periodo di libertà che ha spinto Leung e Wei-ching ad usare toni forti (ed insultanti), come è successo il giorno dell’insediamento del Consiglio Legislativo. Baggio Leung è sfilato dinnanzi alla tribuna per prestare giuramento. Ma invece ha preferito prima giurare fedeltà alla <<Nazione di Hong Kong>>, quindi platealmente si è coperto le spalle con una bandiera pro-indipendenza, ha stretto in mano una piccola Bibbia, ed ha recitato la formula di rito. Ma recitandola ha scelto di pronunciare la parola Cina come la si pronuncia noi italiani, mentre in inglese si pronuncia ”ci-ai-na”. E subito è scoppiato il putiferio. Il segretario dell’aula gli ha detto severamente che non poteva registrare il suo giuramento e lo ha rimandato al posto, mentre i giornali pro-Pechino accostavano il termine all’odiato ”Shi-na” usato dai giapponesi durante il secondo conflitto mondiale. Con Wei-chiang è andata anche peggio. La minuta consigliera ha recitato la formula storpiando il nome della Repubblica Popolare Cinese in <<People’s Re-fucking of Cina>>.

Tutto questo potrebbe anche sembrare divertente, se non fosse molto più complesso di uno sfogo dissidente. Pechino infatti raccoglie i frutti della sua contraddizione. Nonostante abbia saldato la legislatura, facendo eleggere la metà dei legislatori corporativamente da categorie di lavoratori, quasi tutte pro-regime, ed imponga ai candidati di firmare un impegno di fedeltà alla Repubblica Popolare prima della candidatura, la semi-democrazia rappresentativa di Hong Kong inevitabilmente finisce per rappresentare gli umori della città. Ed inevitabilmente una città moderna, autonoma dal potere centrale, dove le condizioni medie di vita sono infinitamente più alte della maggior parte della Cina continentale, dove l’iniziativa economica privata e la libertà individuale vengono incoraggiate, non può non nutrire un certo disagio e forse anche paura nei confronti di un paese immenso dominato da un eterno Partito Comunista e soffocato dalla sua burocrazia.

Ad Hong Kong si gioca il confronto tra due Cine, tra due mentalità molto differenti, ed a giudicare da quanto sta succedendo in queste settimane nessuna delle due ha mostrato di prevalere sull’altra. Non sono serviti i toni radicali dei pro-indipendentisti, che ricorrendo a gesti oltraggiosi nella forma hanno dimostrato la loro debolezza nel cambiare la sostanza. Così come non è servita la reazione degli uomini del regime, che sono ricorsi all’intimidazione attraverso i media, organizzando una manifestazione dai toni violenti, ed infine imponendo ai consigliere fedeli di abbandonare l’aula al momento della ripetizione del giuramento, per far mancare il numero legale. Entrambi hanno ancora molta strada da fare, eppure solo attraverso un libero confronto politico Hong Kong potrà esorcizzare la paura dell’assimilazione, restando o meno fedele a Pechino.

 

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