Ritorno alla Seconda Repubblica?

Negli ultimi giorni, Dario Franceschini va assumendo sempre più il ruolo di doroteo nel nuovo Partito Democratico sorto dopo il 4 dicembre. Lo ha dimostrato con la mediazione tra Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani, esposta sul Corriere della Sera, e con il sostegno alla proposta di inserire nel Consultellum il premio di maggioranza alle coalizioni. Proposta, questa, dalla natura puramente tattica, volta ad isolare Beppe Grillo ed a resuscitare (ancora una volta) Silvio Berlusconi, in chiave anti-Salvini.

Il principale problema di questa idea è che un semplice ritorno alle coalizioni non significherebbe, allo stesso tempo, un ritorno alla Seconda Repubblica. Ignorare tutto quello che è successo politicamente dal novembre 2011 ad oggi, attraverso il Governo di Mario Monti, la ”non vittoria” della coalizione Italia Bene Comune e la parabola governativa di Renzi, sarebbe un errore fatale per il centrosinistra, e non solo. Oltre, naturalmente, all’inutilità dal punto di vista puramente numerico, visto che le due coalizioni sarebbero spezzate, un po’ ovunque dal Movimento 5 Stelle.

Negli anni della crisi economica ed europea, iniziata da noi con i famosi spreads, i campi del centrosinistra e del centrodestra, come li abbiamo conosciuti dagli anni ’90, sono implosi. Sinistra e destra si sono spezzate al loro interno, su temi come la globalizzazione e l’Europa, provocando una frattura che ha superato (e per certi versi annullato) quella tra progressisti e conservatori. Invocare un ritorno puro e semplice all’Ulivo (o alla Casa delle Libertà), dove ognuno vive rinchiuso nel suo recinto ideologico, e porta in dote le percentuali elettorali, è sicuramente rassicurante per quanti del Partito Democratico fanno parte, ma al Partito Democratico non credono più. Tale rassicurazione è illusoria perché l’unità di tale conglomerato avrebbe vita breve, finendo peggio dell’esperienza del secondo Governo di Romano Prodi.

La legge elettorale uscita dalla sentenza della Corte Costituzionale, che necessita di alcuni ritocchi importanti, non rappresenta un ostacolo, bensì un’opportunità. Partito Democratico e Forza Italia non sono obbligati alle larghe intese permanenti, a meno che non siano essi stessi a volerlo. Le due forze che hanno scelto l’Europa ed il mondo globale, devono essere alternative l’una all’altra, perché destra e sinistra, mutilate dalle estreme e ridotte al campo comune, sono e rimangono diverse ed alternative. Per ottenere una risposta chiara dall’elettorato serve una proposta credibile che renda le larghe intese un’eccezione e non una regola.

Questa proposta non può che venire dall’interno di questi stessi partiti, attraverso manifesti valoriali, programmi elettorali, congressi e dibattiti franchi e duri, se necessario. L’elettore che cerca in Grillo e nella Virginia Raggi di turno il salto nel buio, piuttosto che i vecchi partiti, testimonia uno smarrimento totale. Non riesce a riconoscere la differenza concreta nelle proposte sul campo del lavoro, dell’integrazione, della sicurezza, del percorso europeo. Questa incertezza ci condanna a larghe intese prima ancora di andare al voto, che si tenga a giugno o nel 2018. La strada delle coalizioni eterogenee o del partito della nazione sono espedienti che non risolveranno il problema di fondo.   

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