La scissione c’è già stata.

Sono le giornate maledette dell’attesa, in cui la tensione è alta e non trova sfogo. Domenica, forse, lo show sarà infine concluso, ed uno nuovo inizierà, che sia il congresso o il nuovo partito. Eppure in queste ore sorge spontaneo domandarsi il senso reale, profondo, di questa tempesta, che nel mondo dei media ha improvvisamente ha occupato l’attenzione ed altrettanto improvvisamente sparirà.

Pier Luigi Bersani in questi giorni non smette di ripetere, ai cronisti che lo ascoltano con generosità, che la scissione tanto evocata, è già avvenuta tra il popolo di sinistra ed il Partito Democratico. Il colpevole, ovviamente, è Matteo Renzi, alieno con il suo stile ed il suo modo di fare alla storia ed alla cultura della sinistra italiana, di cui Bersani fa parte. Eppure non è ben chiaro a quale popolo l’ex leader si riferisca nel concreto. Forse agli operai, che nell’Italia post-industriale sono sempre meno e godono di tutele già acquisite? Forse si riferisce alle masse che popolavano un tempo il PCI e le feste dell’Unità, e che nell’Italia di oggi sono impensabili per un partito moderno? Forse ad un qualche altro popolo, che il Partito Democratico del 25% ha sempre stentato a riconoscere?

La sinistra del nostro tempo ha fallito quando non ha saputo ripensarsi completamente, senza fare compromessi con i suoi valori. Oggi esiste il disagio di giovani sotto  pagati e privi di tutele, i quali non lavorano più in fabbrica, dove avrebbero potuto fare la lotta tutti assieme per i diritti, e formare un sindacato. Sono i giovani per cui è normale cambiare impieghi e lavori per tutta la vita, ed a cui i sindacati e la sinistra non sono in grado di offrire forme di tutela credibili. Oggi la sinistra non ha risposte su come governare la globalizzazione, su come opporsi alla delocalizzazione del lavoro e dello sfruttamento, su come sfruttare le potenzialità di un mondo interconnesso in fatto di diritti.

Matteo Renzi, in realtà, viene accusato da Bersani e compagni di aver interpretato al meglio la nuova idea di sinistra che esiste in Europa, senza vergognarsene. Renzi ha sposato la causa della globalizzazione così com’è, ha fatto suo il manto ideologico di frettolose e maldestre battaglie ideologiche sui ”diritti civili”, che tanto poco appassionano chi è alla ricerca di un lavoro e non trova risposte nella sinistra. Renzi non ha mai avuto la pretesa di dire alla sinistra cosa dovrebbe essere oggi, ha soltanto interpretato quello che è, ovvero un partito di militanti vecchi e reduci ed elettori (molti di più) post ideologizzati e liberi professionisti.

In queste ore resta ancora da capire se i vari capicorrente della presunta scissione siano alla ricerca di una rinascita o di una ritirata. Se aspirino a sopravvivere od a far vivere un’area ampia, dalle molte potenzialità. Il partito potrebbe spaccarsi, ma dieci anni dopo la sua fondazione ha almeno il merito di aver fatto superare ad una parte della sinistra il suo recinto storico, trasformandola in una stabile forza di governo. Chi si pone in alternativa a Renzi, dentro o fuori il Pd, non potrà continuare a richiamarsi ad una storia del passato che le nuove generazioni ignorano ed in nome della quale non sono disposte a votare la nostalgia. L’alternativa nasce da proposte chiare, forti, coraggiose e soprattutto concrete. Altrimenti il fallimento e l’oblio saranno inevitabili.

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