Ascoltare, pensare, imparare.

Da quasi quattro settimane sono in campagna elettorale, e sono ancora stupito come il primo giorno delle tante esperienze, persone, idee che ho incontrato, visto ed ascoltato in questo periodo. Condurre in prima persona una campagna elettorale è molto diverso rispetto a quel poco che si vede in televisione. Nel bene, ma anche nel male, mettersi in gioco in prima persona davanti ai propri concittadini, a tante persone sconosciute che si incrociano in un mercato, all’angolo di una piazza o all’uscita da una stazione ferroviaria non è semplice.

Il momento più difficile, almeno fin ad oggi, non è stato quando ho ricevuto l’attacco o l’insulto per la mia scelta di candidarmi nel Partito Democratico. Sono convinto di questa scelta, nonostante tutte le difficoltà che questo centrosinistra si porta dietro, sia a livello locale che nazionale. Scegliere il centrosinistra, e nel centrosinistra il partito più rappresentativo, ha voluto essere una scelta di campo netta rispetto ai miei valori europei. Ho scelto l’unico schieramento dove l’Europa è vista come un bene da difendere apertamente, non un nemico da abbattere.

Eppure la parte più difficile di una candidatura, ho scoperto, non sono i momenti in cui si difendono le proprie idee, le discussioni appassionate contro avversari convinti. Sono piuttosto quei momenti in cui delle persone normali accettano di fermarsi a parlare con te, e ti raccontano di un lavoro che manca a Genova, di servizi lenti, di quartieri che si sentono lontani dal resto della città, di occasioni di integrazione culturale che mancano. In quei momenti mi sono reso conto del tanto lavoro che c’è  da fare per ricucire una comunità come quella genovese, e della distanza tra i dibattiti politici e le cose concrete. 

Oggi la politica ha perso credibilità perché non è più in grado di dare una visione d’insieme alle cose, un progetto che parta da valori e presenti proposte concrete. Lo dimostrano le elezioni che hanno segnato l’Europa negli ultimi mesi. La nuova ondata di nazionalismo e protezionismo che dalla Brexit alla Francia, passando per l’Austria ed i Paesi Bassi, ci ha investiti è la negazione della politica. Genova ha già eretto i muri che i vari ”sovranisti”  vorrebbero importare anche qui. E’ già divisa tra le sue eccellenze, il Porto in primis, ed la città ordinaria. Tra i genovesi da generazioni ed i nuovi genovesi che vengono da lontano. Tra le opportunità che si potrebbero favorire con un ampio progetto di ammodernamento e riqualificazione e chi cerca lavoro ed occasioni e non riesce ad avere prospettive.  

Tutto questo non ci porta da nessuna parte. Ho visitato start-up turistiche, negozi che si tramandano da generazioni, associazioni pro-loco che si prendono cura del territorio, studenti che chiedono un’università più funzionale e moderna per ottenere un futuro migliore, volontari. Idee, proposte e progetti concreti che chiedono di essere ascoltati e valutari dalla pubblica amministrazione. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti di tutte queste persone.

Una delle prime cose che chiederò in Consiglio Comunale, e se sarà necessario lo chiederò ogni giorno, in ogni seduta, sarà di dare a Genova un progetto non per i prossimi 5 anni di mandato, ma per i prossimi 20 anni. Dobbiamo chiamare dall’Università, dal resto d’Europa, giovani competenti, con pochi blasoni ma tante buone idee, dobbiamo chiedere aiuto a chi conosce il territorio e ci vive, per creare una squadra che sappia mettere a sistema la città. Dobbiamo pensare ad un progetto realistico e concreto, dove lo sviluppo di Cornigliano sia legato allo sviluppo turistico della Valle Sturla, dove le star up popolino il centro storico ed i trasporti colleghino le valli al centro in maniera efficiente ed ecologica. Dobbiamo porre fine alla disgregazione cittadina ragionando come comunità.

Non è facile. Me ne rendo conto da giovane candidato. Troppo spesso, anche in questa campagna elettorale, noi giovani siamo chiamati ad esprimerci su temi considerati residuali. Di solito la ”movida” e poco più. Non che la movida non sia un discorso serio, tutt’altro. Ma essere giovani in politica significa prima di tutto, almeno secondo me, portare una visione nuova, moderna nelle istituzioni. E’ un fatto di mentalità. Se i partiti politici ci danno poche opportunità per farci sentire, ed io sono uno dei pochissimi che ha colto una di queste opportunità, forse dovremmo smettere di dirci che Genova è una città di anziani e chiederci cosa stiamo facendo realmente per cambiarla. Come proviamo a costringere la politica ad occuparsi dei problemi.

Tanti pensieri, scritti un po’ di getto, me ne rendo conto, in un momento di pausa. Peraltro, oggi è iniziata l’ultima settimana di questa campagna elettorale. La più intensa, la più combattuta. A presto.

The Game is afoot!

 

 

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