Genova, è finito il dopoguerra.

Marco Bucci l’ha spuntata.  Ottenendo 112.398 voti è diventato il primo Sindaco di centrodestra della storia di Genova. Nel corso della Prima Repubblica la città aveva avuto giunte democristiane, giunte social-comuniste ed anche il pentapartito alla fine degli anni ’80, ma nella Seconda, l’età dell’alternanza nazionale, era sempre rimasta al centrosinistra. Il risultato ha del clamoroso, se non fosse che era ampiamente atteso fin dal risultato del primo turno, quando il candidato progressista Gianni Crivello si fermò al secondo posto, dietro a Bucci.

Ieri notte, circondato da numerosi sostenitori in festa, Giovanni Toti ha salutato la resurrezione del centrodestra classico, dai moderati a Fratelli d’Italia, una coalizione a suo dire vincente anche a livello nazionale. In realtà il presidente della Regione Liguria da tempo si sta scontrando con Silvio Berlusconi sul futuro del centrodestra, che quest’ultimo vorrebbe diviso dalla Lega di Matteo Salvini. A quanti indicano proprio la Liguria e Genova come modello vincente, altrettanti sottolineano le ampie differenze a livello nazionale ed europeo tra Forza Italia e Lega. Non ultima la questione della leadership, che Salvini vorrebbe per sé (il Capitano come lo chiamano i suoi), mentre Berlusconi, che è ancora il capo del maggiore partito del centrodestra, trattiene nelle sue mani.

La vittoria a Genova è indubbiamente una buona notizia per le destre in cerca di collante e programma, ma rischia di limitarsi ad essere solo una buona notizia. Il dato impressionante è quello dell’astensione. Al primo turno ha votato il 48,39%, ovvero meno di un elettore su due, mentre al ballottaggio la percentuale è crollata al 42,6%. Questo dato condanna sia l’eletto sia la sua opposizione, quel centrosinistra che esce da venticinque anni ininterrotti di amministrazione, a rappresentare piccole porzioni minoritarie della popolazione. Insomma se non proprio una lotta tra bande, poco ci manca.   

Chi ha pagato a caro prezzo l’astensione, subito dopo il centrosinistra, sono i 5 Stelle. Nonostante i calcoli numerici, che permettono alla dirigenza grillina locale di proclamare un aumento di voti, il fatto che un elettore su due abbia scelto di restare a casa ridimensiona pesantemente la retorica pentastellata di rappresentare il cambiamento. Anche senza una classe dirigente locale nota alle cronache, e comunque molti di loro sono ormai personaggi pubblici, il ricordo delle elezioni di Federico Pizzarotti nel 2012 e di Virginia Raggi l’anno scorso, dimostra che il sentimento di cambiamento radicale, quando vuole manifestarsi, sa scegliere anche dei perfetti sconosciuti.

Forse si può accusare di molte cose il Partito Democratico, ma di certo in questa elezione ha provato in tutti i modi a vincere. Memore del disastro elettorale del 2015, quando le lacerazioni interne tra renziani ed anti-renziani portarono alla sconfitta regionale di Lella Paita, dopo le sofferte primarie con Sergio Cofferati (che subito dopo lasciò il partito), il Pd ha scelto di non fare un nuovo congresso nelle urne. Nonostante la difficoltà a trovare il candidato giusto, dopo la rinuncia di Marco Doria (non amato dai cittadini e dai partiti), e di numerosi altri personaggi, la scelta è caduta sull’assessore alla protezione civile Gianni Crivello. Crivello ha incarnato fin da subito il profilo giusto per questa elezione. Il passato da militante del PCI, ritenuto importante in una città in cui la sinistra è ancora legata ai miti del passato operaio e resistenziale. La sua prima dichiarazione è stata: <<Non sono il candidato del Pd>>. Parole che hanno colto il plauso di quanti a sinistra volevano un partito democratico in secondo piano. Ed infine la sua mediazione riuscita per la creazione di una coalizione più larga possibile, dai renziani ad MDP, dal civismo progressista ai movimentisti di ”Genova che osa”.

Apparentemente le condizioni migliori possibili per il centrosinistra. Eppure Crivello ha dovuto scontare fin da subito numerosi fattori che hanno influito pesantemente sulla campagna. A partire dall’eredità del suo predecessore, nei cui confronti Crivello si è sempre mantenuto leale. I tempi della capitale europea della cultura nel 2004, con i conseguenti ampi fondi statali, sono ormai lontani, ed i cittadini hanno stentato a vedere un progetto complessivo nell’azione comunale. L’elezione di Marco Doria nel 2012 era stata, a suo modo, un segnale di disagio dopo la giunta di Marta Vincenzi, ma le aspettative nei confronti del ”sindaco arancione” avevano lasciato presto spazio alla delusione. A cui si è aggiunta percezione di un’amministrazione chiusa su se stessa, dedita a tenere a posto il bilancio senza immaginare progetti nuovi per la città e senza coinvolgere i cittadini.

Il bilancio vero di queste elezioni è la fine di un mondo. Il dopoguerra è finito anche a Genova, non tanto nelle fredde cifre numeriche, ma nella mentalità della popolazione. L’identità della Genova operaia, socialcomunista, novecentesca, appartiene ormai a pochi. Il sindaco Marco Bucci, e chiunque assumerà la guida del Partito Democratico e del centrosinistra, dovranno interpretare la nuova vocazione della città, fino ad oggi ancora troppo poco turistica, troppo poco legata alle start-up, e con basse prospettive lavorative per la nuova generazione. Concluso un ciclo storico, le urne hanno certificato l’esigenza di cambiare pagina, senza rimpianti e senza rivalse.

 

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