La Merkel ha retto, ma serve più Europa.

Quattro anni fa Angela Merkel girava per i vari comizi elettorali, ripetendo più o meno lo stesso concetto: Mi conoscete, potete fidarvi. Il suo principale sfidante, Peer Steinbruck, uomo di mezz’età, colto ma stravagante, sembrava più adatto a fare il ministro in un nuovo governo Merkel, che a sostituirla. Ed infatti la Cancelliera stravinse quelle elezioni, riuscendo a convincere i tesserati del SPD a votare l’accordo programmatico della Grande Coalizione, nonostante i dubbi di numerosi dirigenti socialdemocratici, imponendo il suo dominio incontrastato sulla scena politica tedesca. 

In questi quattro anni la Cancelliera ha saputo dimostrare grande leadership, tanto in Germania quanto in Europa. Ha accolto decine di migliaia di migranti che si riversavano pieni di timori e di speranze sulle isole greche ed italiane. Ha sfidato a viso aperto Pegida, e quel sentimento di xenofobia che la DDR comunista ha coltivato nei Land della Germania Est in quarantacinque anni di dittatura, in nome dei valori migliori dell’Europa e della cultura cristiano-democratica. Il rapporto con i paesi mediterranei è notevolmente migliorato, ed il governo tedesco ha saputo essere un baluardo di stabilità dinnanzi alle sfide distruttive dei Trump, Le Pen, o la follia della Brexit e la crisi in Ucraina. La crescita economica, la stabilità finanziaria e lo stile di vita medio dei tedeschi si sono mantenuti tra i migliori d’Europa. 

Quattro anni dopo, cosa è rimasto di questi, e molti altri, meriti che la Democrazia Cristiana tedesca (CDU-CSU) ha portato a termine? Leggendo i risultati, ed i commenti più vari, del voto di ieri sera, i prossimi quattro anni sembrano preannunciarsi molto diversi da quelli che si sono appena compiuti. E sorge il timore di arrivare un giorno a rimpiangerli. 

Alternativa per la Germania (AfD) è un partito, sotto molti punti di vista, inedito. Molto differente da altri fenomeni populisti o della destra radicale che abbiamo visto all’opera in Europa. L’aspetto più preoccupante, alla luce dei dati consolidati, è che AfD solo in parte ha tolto voti alla CDU-CSU. Il suo elettorato principale viene dalla riserva del non voto, dell’astensione e del voto disperso nelle elezioni precedenti. Un mondo sommerso, che la politica tradizionale ha ignorato, ancora prima di farsi ignorare e poi odiare. Mentre ci veniva narrata la favola bella della Germania locomotiva economica d’Europa, costretta ad accogliere immigrati per compensare il declino della popolazione, unico paese UE destinato a rimanere tra le prime cinque potenze economiche mondiali da qui al 2050, un’altra Germania veniva sistematicamente ignorata. E’ la Germania tagliata fuori dalla globalizzazione. Un mondo che del consumismo e del benessere vede solo le manifestazioni esterne. In parte figlio dell’ingiustizia sociale, ed in parte di scarse competenze, capacità e debolezze sociali strutturali, soprattutto nell’est del paese. Le paure sono simili a quelle già viste in altre realtà europee. L’immigrato vissuto come un competitore, la forza e la coesione delle comunità straniere come specchio della secolarizzazione e della povertà comunitaria dei paesi e delle cittadine. Un terreno fertile per il populismo, e per quanti sono pronti ad usare un fenomeno come Alternativa per la Germania quale cavallo di Troia per altro. 

La componente di AfD apertamente nostalgica del nazismo, anche se in una versione più simile al Movimento Sociale Italiano più che ad Alba Dorata, affiora sempre più spesso in questo mostro dalle sette teste e dieci corna. Ma etichettare AfD come partito neonazista sarebbe un errore, un regalo molto gradito a questa componente, che provocherebbe lo sdoganamento del neonazismo come portatore di  idee e proposte giuste, agli occhi di un determinato elettorato. Al contempo, sottovalutare la portata razzista, islamofoba e nostalgica presente in AfD rischierebbe di normalizzare un partito che è difficile considerare pienamente costituzionale. Più che affrontare la malattia, la Merkel dovrà scavare alla radice dei sintomi che l’hanno innescata. Oggi più del 20% degli elettori tedeschi ha paura che questa Europa voglia dire più sacrifici, più povertà, più immigrati, più divieti e  più dittatura del politically correct. Se si somma anche il disagio sociale interpretato dalla Linke, questa percentuale arriva pericolosamente vicina al trenta per cento. Certamente, in essa è incluso anche il partito liberale, che quattro anni fa rimase fuori dal parlamento, mentre quest’anno torna in grande stile, forte delle sue critiche verso i paesi del sud Europa, ma decisamente meno violento ed aggressivo dei partiti estremi. Comunque resta una porzione di elettorato che, a prescindere dai suoi rappresentanti, merita rispetto ed attenzione. 

Ieri sera, salutando i sostenitori democristiani dal palco, Angela Merkel ha rivendicato con orgoglio la scelta di accogliere i migranti nel 2015, e la costituzionalità di quella decisione. Ma ha anche detto agli elettori di AfD che le loro paure troveranno risposte da parte del nuovo governo. Ecco, chi pensava che la leadership della Merkel fosse risposta negli anni già trascorsi, dovrà ricredersi. Nell’autunno del discontento tedesco, che coincide con l’autunno della sua carriera, la Cancelliera dovrà affrontare la sfida più difficile, fare risplendere un sole rassicurante, alimentato dai valori  e dalla coscienza profonda di tutto quello che è europeo e democratico. 

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