Il diritto del Giappone ad avere un esercito.

La prima volta che viaggiai per il Giappone, era l’estate del 2013, imperversava il dibattito sulla modifica dell’articolo 9 della Costituzione. In ogni cittadina, stazione ferroviaria o di pulman in cui mi fermavo, i quotidiani riportavano articoli, o più spesso trafiletti, sullo sviluppo quotidiano delle polemiche suscitate dalle parole del vicepremier di allora (e di oggi) Taro Aso, il quale aveva suggerito di cambiare la Costituzione ispirandosi al modo in cui Hitler aveva cambiato le cose in Germania nel 1933. 

A distanza di pochi anni, la necessità di un aggiornamento del diritto alla difesa militare del Giappone è ancora una priorità politica, anche se il ricorso ad elezioni anticipate potrebbe rinviarne l’approvazione di molti anni ancora. Sciogliendo la Camera dei Rappresentanti a fine settembre, per evitare la riorganizzazione delle opposizioni, Shinzo Abe ha messo in pericolo la solida maggioranza di seggi che gli avrebbero consentito di superare le obbiezioni delle opposizioni pacifiste, e del suo alleato Komeito, per dare finalmente al Giappone un esercito in grado di difendere i suoi cittadini dalle crescenti minacce esterne. 

Anche se storicamente il tema del superamento dell’articolo 9 della Costituzione, sia stato una battaglia portata avanti da settori nostalgici del passato imperialista, e dall’estrema destra, tra cui la potente lobby Nippon Kaigi, oggi numerose condizioni geopolitiche suggeriscono un ritorno del Giappone a pieno titolo nella comunità internazionale. Il rapido declino degli Stati Uniti d’America in campo politico, economico e diplomatico, favorito dall’elezione di Donald Trump, ha aperto nuovi scenari in Estremo Oriente, dove fino ad oggi le armi statunitensi hanno tenuto liberi paesi democratici quali il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan. Questo equilibrio è stato messo in discussione, oltre che dalla debolezza americana, anche dalla penetrazione economica cinese nelle economie e nelle finanze dei paesi limitrofi, a cui ha imposto compromessi grevi nel campo dei diritti umani, della diplomazia e della sicurezza. La manipolazione politica in corso negli ultimi anni a Hong Kong, la città più libera della Cina popolare, ben dimostra l’idea che Pechino ha dei regimi democratici. Gli Stati Uniti, che comunque in Estremo Oriente, nel corso del Novecento, hanno sostenuto brutali dittature militari (Corea del Sud e Taiwan), oggi sono rimasti l’unica controparte, l’unico modello di società libera e democratica in grado di contendere l’influenza crescente della Cina comunista, e di mantenere in libertà quei popoli. L’Unione Europea, purtroppo, continua a latitare ampiamente nello scenario globale in fatto di influenza politico diplomatica, e rimane troppo legata alle dinamiche ed alle debolezze strutturali interne.

Il declino statunitense ci pone dinnanzi ad un necessario ripensamento dell’ordine mondiale che ha garantito stabilità nei mari del Pacifico occidentale, fino ad oggi. Così come in altre parti del mondo, il ritiro americano ha provocato instabilità e conflittualità tra medie potenze regionali, in Estremo Oriente potremmo presto assistere ad una serie di scontri in misura sempre crescente, magari favoriti da una cattiva gestione del problema nordcoreano. Per evitare tutto questo, i grandi paesi occidentali, e l’Europa, dovrebbero favorire la creazione di un nuovo equilibrio stabile, un nuovo ordine che allontani le prospettive di un confronto incontrollabile. Il Giappone è, e deve essere, il cardine di questo nuovo corso, ma per poterlo essere a pieno, deve costruire una macchina militare difensiva efficiente. Una garanzia di libertà ed indipendenza. La carta per controbilanciare l’influenza commerciale cinese, e poter trattare con Pechino alla pari. 

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