14 ottobre, dieci anni di Partito Democratico.

Dieci anni fa, una domenica mattina poco prima dell’ora di pranzo, andai a votare alle primarie del Partito Democratico. Avevo sedici anni e quello fu il mio primo voto con scheda e matita. Votai senza esitazione, avevo già da tempo deciso che avrei votato per Rosy Bindi, anche se non era un segreto per nessuno che Walter Veltroni avrebbe vinto quelle primarie. Anzi anche quello, forse, aveva contribuito alla mia scelta. Avevo iniziato a seguire la politica un anno prima, con le elezioni che misero fine a cinque anni di degradante berlusconismo, e portarono al governo Romando Prodi e l’Unione. Nell’ottobre 2007 le speranze su quel governo, e su quella coalizione, erano già evaporate da tempo, ma il Partito Democratico mi sembrava il ponte per il futuro, il rimedio a quel fallimento.

All’epoca ignoravo la profondità delle divisioni interne al centro-sinistra italiano, tra post-comunisti e post-democristiani, tra cattolici e laici, e nella sinistra tra conservativi e radicali. Nella semplicità di allora, ed in larga misura con una certa innocenza, pensavo che il Partito Democratico sarebbe stato il partito riformista per eccellenza. Il partito che si sarebbe occupato di promuovere la giustizia sociale, i valori della democrazia e dell’antifascismo, in una (mia) visione vaga, molto cattolico-sociale dei rapporti sociali ed economici, che in parte mi è rimasta anche oggi. Osservando le donne e gli uomini intenti a distribuire schede, registrare i nomi, fare avanti ed indietro lungo la fila di elettori raccolti davanti al gazebo, mi convinsi dell’importanza di quel momento. Dopo una breve militanza di appena un paio d’anni, ed un passaggio nell’organizzazione giovanile, ho ormai da tempo lasciato il Partito Democratico. L’ho fatto dopo aver compreso che la militanza non era la mia strada. 

Nel bene e nel male, da vicino e da lontano, ho seguito le vicende del Partito Democratico per tutti questi anni con particolare attenzione. Mentre percorrevo piste battute e sentieri stretti della vita, i segretari cambiavano, le elezioni si succedevano, così come le polemiche, i retroscena ed i protagonisti. Oggi leggo che per Arturo Parisi non c’è nulla da festeggiare in questo decennale. Pur non festeggiando io stesso, non condivido il suo giudizio profondamente ingeneroso, così come non condivido il livore degli sconfitti della storia, e sconfitti da Renzi, che sono fuggiti a sinistra, a costruire un fortino nella speranza di poter sopravvivere ancora un po’. Penso che semplicemente il Partito Democratico nato nel 2007, abbia esaurito un ciclo storico e politico. Più che essere lo strumento per conciliare i grandi valori sociali,di diverse tradizioni con il futuro, più che sfidare la cultura materialista ed individualista della globalizzazione con un modello rinnovato di comunità e di solidarietà, più che promuovere una cultura riformista priva di compromessi ideologici con il passato, il PD si è rivelato, fin qui, un semplice strumento per completare una transizione politica e sociale al mondo nuovo. 

Dieci anni dopo, le due grandi culture (per certi versi gloriose) del nostro passato, quella cattolico-democratica e quella comunista, hanno lasciato definitivamente posto ad un miscuglio di riformismo liberale e moderazione, ad una visione della società e del mondo molto più simile a quella dei Democratici statunitensi, piuttosto che alla socialdemocrazia europea. Innegabilmente siamo al crepuscolo di queste grandi religioni civili novecentesche, che hanno saputo mobilitare, ispirare e accompagnare milioni di persone nei decenni successivi alla guerra. Il Partito Democratico, anziché incarnare il nuovo, ha dovuto accompagnare la morte del vecchio. In un lungo processo, dagli esiti ancora imprevedibili per la sua sopravvivenza, ha dovuto purificarsi in un rito di passaggio sociologico e politico, durato un decennio. Anziché individuarlo, dibatterlo, controllarlo, lo ha semplicemente subito. 

Renzi era inevitabile? A giudicare dalla scelta di due ex segretari del PD (Bersani ed Epifani) di ex premier, ex ministri e parlamentari di lasciare il partito, rispondo affermativamente. In questi ultimi tre-quattro anni ci siamo raccontanti troppo spesso che Renzi è stato (e per molti è) un outsider. Un barbaro che ha passato il vallo di Adriano, ed ha alzato i suoi colori su solide fortezze antiche che non gli appartengono. Così come è arrivato sparirà, hanno giurato in molti. La favola bella delle passate stagioni che si è presto dissolta, perché Renzi e quello che ha rappresentato, condivisibile o meno, erano inevitabili. E’ stato il popolo del centro-sinistra, il popolo delle primarie del 14 ottobre 2007, che nel 2013 ha scelto Renzi ed ha continuato a farlo. Forse per questo i vari Bersani e D’Alema hanno accusato spesso il PD di non rappresentare più il popolo della sinistra. Stupiti e preoccupati, visto che non si sentono cambianti, ciechi dinnanzi al cambiamento che è avvenuto in quello che un tempo era il loro popolo. Il processo, per quanto ne possano piangere i vari Cuperlo ed Orlando, era già iniziato allora. L’altra domanda, quella che resta senza risposta, è quanto il renzismo ed il nuovo corso del Partito Democratico siano adeguati, nel lungo termine, a rispondere alle sfide del nostro tempo, quanto riusciranno ad incidere nella politica e nella cultura del paese, migliorandole. I risultati di questi anni sono, purtroppo, decisamente deludenti.

Ha ragione Parisi. Per lui, per i Prodi e per gli altri oggi è il funerale dei progetti dei loro anni migliori, è il funerale del loro mondo, troppo antico ormai per rappresentare ancora qualcosa. Sbagliano, a mio avviso, a ripudiare il nuovo. Sbaglia Romano Prodi, che è stato un simbolo importante di questo processo, anche se neppure lui ha saputo comprenderlo, un uomo onesto, sicuramente il migliore della Seconda Repubblica. Se, però, nessuno dei due oggi è in grado di indicare una reale alternativa a questo Partito Democratico, è perché riconoscono intimamente l’assenza di alternative realistiche.

Che sopravviva o meno, nella sua forma attuale, alla prova elettorale del 2018, il Partito Democratico è stato, ed è, un processo irreversibile. I miti stranieri quali Podemos, la ”France Insoumise” o Syrizia sono qualcosa di analogamente nuovo, che sarebbe eccessivo aspettarsi da un manipolo di dirigenti fuggito nel passato con una scissione che nessuno ha veramente compreso. Il prezzo per costruirli sarebbe rinunciare alla possibilità di governare, limitarsi alla testimonianza. Dieci anni fa il Partito Democratico nacque proprio per porre fine ad una coalizione fatta di troppi testimoni e pochi responsabili. Aver creato un riformismo di governo è il merito più evidente che si possa celebrare in questo compleanno. 

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