Il 4 marzo si vota

Fino ad oggi mi sono ampiamente astenuto, in pubblico, dal commentare questa campagna elettorale. Chi mi conosce sa della mia passione per le cose della politica. Ho sofferto anche io, almeno un po’, del clima generale di attesa. Conversando in queste settimane, tra un caffé ed un evento, ho avuto l’impressione che molti siano in attesa di segni, di rivelazioni particolari in arrivo il 4 marzo. Qualcuno mi ha indicato nel ‘’macronismo’’ all’italiana la soluzione liberaldemocratica ed europeista che salverà il paese dagli estremisti. Una sorta di larga intesa permanente tra i vecchi moderati del centrodestra e quelli nuovi (a torto o ragione) identificati con i renziani. Qualcun altro vorrebbe un populismo ‘’buono’’ da contrapporre a Lega e 5 Stelle. Altri si chiedono se nascerà un partito ‘’DS 2.0’’, oppure un partito di Renzi, od ancora se si tornerà tutti nel Partito Democratico o solo in parte. Mi hanno  anche detto che, nelle ombrose segrete di qualche convento, ultimamente il glorioso Scudocrociato viene rispolverato con rinnovata energia.

Fuori dai circoli della politica, il clima non è buono. Il caso di Macerata, che ha fatto molto discutere, è stato preceduto da episodi estremamente gravi come i fatti di Como o l’accoltellamento a Genova di un militante della sinistra radicale. Un autorevolissimo giornalista de ‘’La Stampa’’, quale è Mattia Feltri, è arrivato a pubblicare un’apologia, dal sapore sgradevolmente sentimentale, nei confronti di Claretta Petacci, riscontrando un ampissimo successo sulla rete. Nelle stesse ore, l’autore della stupida battuta satirica sulla persona in questione riceveva minacce di bande neofasciste. E’ l’altra parte della medaglia dell’incertezza, dell’attesa. Separato dall’Olimpo dei discorsi teorici, dei ragionamenti sui posizionamenti e delle crisi di identità, c’è un paese che chiede a gran voce una visione a lungo termine, una guida chiara. Problemi come l’immigrazione, che necessitano soluzioni europee, razionali e soprattutto in grado di conciliare diritti umani, sicurezza e reale possibilità di accoglienza, sono lasciati in mano ai discorsi più estremisti. Di tutto il resto si parla molto poco, o per niente.  

La campagna elettorale, ammettiamolo, è decisamente deprimente. Assistiamo ai miseri tentativi di Luigi Di Maio di orientare, a seconda della convenienza, la barra del suo Movimento, sempre più blando e compromissorio. Euroscettico, ma si rimangia il referendum sull’Euro. Alternativo, ma con un programma sul quale chiede il voto di tutti in Parlamento. Privo di esperienza, ma migliore degli altri. Denuncia le promesse irrealizzabili degli avversari, ma promuove il bonus più ampio mai promesso in settant’anni di storia repubblicana ( e dalle coperture assai incerte). Tralascio le considerazioni sul moralismo ed il giustizialismo, che considero una degenerazione della politica. Il centrodestra, per suo conto, ci racconta che per metà è europeista, moderato e ci promette l’immobilismo degli anni d’oro del berlusconismo, passati ad attendere la grande rivoluzione liberale. L’altra metà è reazionaria, dura, euroscettica, decisamente nazionalista. Il passato ed il futuro che si contendono l’eredità della Seconda Repubblica, mentre il paese resta a guardare, distratto come un pubblico davanti alla pubblicità.

E poi c’è l’Europa. Considero una sconfitta il modo in cui viene trattata in queste elezioni, al netto dell’insolita attenzione che le riserva la politica italiana. Per alcuni è il nemico contro cui scaricare la paura, la rabbia ed i problemi sociali. Per altri un utile emblema dietro a cui nascondere storie politiche di scarso successo, e cambi di campo rapidi e tattici. Anche nel centrosinistra, che pure nel programma del Partito Democratico cita la formula ‘’Stati Uniti d’Europa’’ e indica soluzioni come il Piano Prodi per la definizione di un welfare europeo, che avvicini i cittadini alle istituzioni comunitarie. C’è chi vive l’Europa come un fastidio a cui concedere qualcosa, e chi non ne parla volentieri. E’ il caso, quest’ultimo, di Liberi e Uguali. Impegnatissimi a raccogliere qua e là premonizioni della sconfitta del renzismo, molto meno nel chiarire al loro interno, su questo e molti altri temi, le idee.

Chi scrive che queste elezioni sono importanti per il futuro dell’Italia nell’Unione Europea ha ragione. Non per le soluzioni che la politica italiana sceglie di non offrire, ma perchè eleggeranno un Parlamento che andrà ad incidere in un periodo possibilmente fecondo per un nuovo tentativo di riforma politica dell’Unione. Le sconfitte del neonazionalismo nel 2017, non sono state risolutive, ma hanno fornito un’occasione in più per fare quello che negli anni della crisi non siamo stati in grado di fare. Costruire una struttura federale che possa supportare e difendere la specificità di ciascun paese, attraverso un sistema realmente democratico.

Le formule sul giorno dopo che appaiono sui giornali in questi giorni (governi Gentiloni ad interim, tecnico, di scopo, larghe intese ecc.) danno scarse garanzie di poter partecipare a questo rinnovato processo. Sulla scheda resta un’unica opzione. Il centrosinistra è l’unico schieramento oggi in grado di discostarsi il meno possibile da questo percorso, è l’unica soluzione al rischio che l’astensione od il voto di protesta aprano le porte ad un periodo di instabilità interna e di irrilevanza europea dell’Italia, dalle conseguenze incerte e pericolose. Personalmente non mi piace l’idea di votare qualcosa per paura del futuro, e non lo faccio neppure in questo caso. Ma non sono neppure tra coloro che si accontentano di sperare che non succederà nulla di grave il giorno dopo, e non mi rassegno ad un successo dei ‘’sovranisti’’ grillini o leghisti. 

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