Il giorno dopo.

Il giorno dopo voglio continuare a combattere. Le elezioni sono passate, e probabilmente mi aspettano lunghi mesi, e forse lunghi anni di minoranza, ma non mi arrendo davanti a quello che è successo. Le rese dei conti, gli scontri postumi, non contano più nulla. Sono solo la strada per sparire.

Il responso delle urne è drammatico. Ha disegnato l’immagine di un paese spaventato dalle diseguaglianze prodotte da una globalizzazione non governata, e smarrito dalla crisi definitiva delle ideologie post-novecentesche. Un paese che si sente orfano della mediazione politica di partiti e sindacati ormai antiquati. Non è un caso che a farne le spese saranno soprattutto i migranti, che rappresentano agli occhi di molti quelle minoranze che sono forti di un’identità, in un mondo che al contrario sembra mutare troppo velocemente.

Sarebbe facile pensare a Lega e Movimento 5 Stelle come semplici valvole di sfogo, e non manifesti culturali precisi. Sarebbe facile, ma sarebbe anche un grave errore farlo. La realtà è che il nazionalismo è stato un collante forte per diverse forme di disagio e di smarrimento. Lo stato nazionale è l’unico vero vincitore di queste elezioni. Sempre più debole ed incapace nel rispondere alle enormi sfide regionali e globali, la dimensione identitaria statale ha ottenuto la sua ultima (e più effimera) vittoria, proponendosi come l’ideologia che accomuna tutti i gruppi sociali. Scomparse visioni e prospettive politiche ampie, il paese si è ridotto nei suoi stereotipi tradizionali, negli istinti naturali che per decenni hanno convissuto con le ideologie e gli schieramenti. Da nord, dove si vuole meno tasse e più localismo, al sud dove si pretende più assistenzialismo e meno responsabilità. Il tutto avvolto in un’ italianità da contrapporre al mondo esterno, ricco e colpevole.

Oggi l’Italia è decisamente meno europeista di ieri, non solo nella retorica ufficiale, ma nella coscienza della maggioranza degli elettori. Il risultato del 4 marzo ci ha sottratto l’occasione di essere protagonisti in Europa nel nuovo corso che si è aperto dopo la Brexit e l’elezione di Macron. Un’Italia marginale, poco europeista, significa un’Europa più franco-tedesca, con meno stimoli federativi ed una nuova stagione di contrapposizione politica nord-sud che tanto male ha fatto negli anni recenti all’Unione.

Come tutte le sconfitte anche il 4 marzo porta seco il seme della rinascita. Il leaderismo sfrenato della Seconda Repubblica è definitivamente morto. L’idea che la personalità e la comunicazione possano prevalere sui contenuti ha dimostrato di non funzionare nel lungo termine. Gli elettori non hanno perdonato a Berlusconi la crisi del 2011, a Renzi la mancata rottamazione del 2014, così come non perdoneranno a Di Maio le promesse sul favoloso reddito per stare a casa senza lavorare. Fortunatamente, è uscita sconfitta anche un’altra visione, che negli ultimi anni ha contribuito a distruggere il campo dei riformisti. La nostalgia, il ritorno al passato, il nascondersi dietro ai simboli, alla retorica ed all’analisi dei tempi andati fa perdere. E fa perdere male.

Ma tutto questo non basta. Serve una visione culturale veramente alternativa. Dobbiamo ripartire dalla solidarietà, che non è assistenzialismo o carità. La solidarietà è porre al centro una visione di società che marcia compatta, che pone in risalto la riabilitazione delle persone in difficoltà e delle persone emarginate. Una solidarietà che sia una bandiera da contrapporre all’individualismo ed il lasciar fare della nuova destra, ed all’assistenzialismo ed irresponsabilità dei qualunquisti.

Mi fermo, perché da solo non ho la pretesa di stendere un programma politico. Penso però che lo dovremo scrivere noi che siamo la nuova generazione, mettendo da parte le nostre divisioni, i nostri ruoli, i partiti di cui abbiamo fatto parte. Dobbiamo ricostruire il campo dei riformisti, vedremo se sarà una federazione od un partito, che comunque dovrà essere un campo ampio ed inclusivo, ma dovrà porre dei chiari confini e limiti, valoriali e pratici.  

Ci aspettano lunghi mesi e forse lunghi anni…

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