L’Italia appesa ai tweets.

Da due mesi a questa parte il nostro paese sta vivendo in un universo parallelo. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, è stata la reazione di Matteo Salvini alla tragedia del crollo del Ponte Morandi di Genova. In sostanza, il vicepremier Salvini ci ha detto che i vincoli di bilancio dell’Unione Europea impediscono il finanziamento delle opere di ristrutturazione di infrastrutture come il ponte genovese. E poi succedono queste tragedie, ha aggiunto.

I commenti del ministro dell’Interno sono stati seguiti a ruota dal collega Luigi Di Maio, che ha ritenuto di dover fare presente (oltre alla sua presenza) la fermezza del Movimento 5 Stelle in questi frangenti. La colpa è di Autostrade per l’Italia, ha detto. È ora che sia lo Stato a gestire queste infrastrutture. Quello stesso Stato che i senatori grillini hanno omaggiato, durante la discussione per la fiducia, gridando in aula: <<Fuori la mafia dallo Stato>>? Non ci è dato sapere, ma forse il vicepremier intendeva dire sarebbe meglio se fossero loro del 5 Stelle a gestire le autostrade, anche se sono contrari alle grandi opere, e credono nella decrescita felice.

Che si tratti di respingere alla deriva in mare aperto una nave carica di persone inermi, applaudire ai commenti sopra le righe di un capotreno, negare il problema crescente del razzismo od imputare indirettamente a Bruxelles il crollo di un viadotto autostradale, il governo, i partiti e l’informazione restano ancorate all’attimo fuggente. Il modello culturale del ‘’tweet’’ ha egemonizzato la discussione politica, le reazioni, e sembra inarrestabile.     

La tragedia di Genova si intreccia con la crisi che sta attraversando la società italiana e che si è così ben manifestata alle ultime elezioni. Il cambiamento enunciato prende sempre più la forma di una fuga collettiva dalla realtà, dai problemi di fondo e dalle difficili soluzioni. E soprattutto non sembra essere in grado di produrre una visione a lungo termine. Il tema delle infrastrutture è soltanto uno tra i tanti che il governo Conte dovrà affrontare a breve.

La strategia messa in campo in ambito europeo sembra seguire la stessa logica. Il mito di fare la voce grossa, predicato da Matteo Salvini, in ultima istanza, è il sintomo rivelatore di una decadenza ampiamente percepita. La reazione ad un’Europa che se vorrà continuare a sopravvivere come luogo geopolitico autonomo nei prossimi decenni dovrà essere sempre più integrata politicamente ed economicamente. L’Italia, che si trova in una posizione di debolezza dovuta all’enorme debito pubblico ma anche ad una transizione post-industriale a cui la politica non riesce a disegnare una soluzione, dovrà inevitabilmente accettare compromessi e compiere riforme profonde per adeguarsi.

Queste questioni urgenti sono completamente assenti dal dibattito pubblico. I concetti vengono ridotti ad ‘’hashtag’’, dentro cui chiunque può leggere quello che vuole. Un paese appeso ad un social network sembra pericolosamente sulla strada di convincersi che l’universo parallelo che si è creato sia il mondo reale, dove la paura e la sconfitta di sottofondo alimentano un nazionalismo diffuso, che è il rifugio dei semplici.

Con buona pace degli esperti di comunicazione, che ultimamente hanno sostituito gli economisti nella supplenza della politica, questo modo di gestire le cose non può continuare a fronte di promesse elettorali irrealizzabili. Ma è altrettanto vero che fallimento dei gialloverdi non rimuoverà i problemi veri che esistono, tanto meno i sentimenti di quei milioni di elettori che li hanno premiati il 4 marzo scorso.

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