Author Archives: Mauro Bonavita

Un secondo referendum?

La notizia della donazione di un milione di sterline da parte dell’imprenditore della moda Julian Dankerton al movimento che fa campagna per un secondo referendum sulla Brexit, ha riaperto le speranze di quanti sulle due sponde della Manica sperano in una riconciliazione all’ultimo istante tra Londra e Bruxelles. Nonostante questo, l’eventualità di un secondo referendum rimane un miraggio, tutt’al più un facile rifugio illusorio per gli irriducibili Remainers e per gli appartenenti al ceto urbano cosmopolita di Londra.

L’Unione Europea rimane un tema estremamente divisivo in Gran Bretagna, che taglia trasversalmente le famiglie politiche tradizionali e l’establishment. Così come due anni fa il ricorso al voto popolare avrebbe dovuto allontanare dal Partito conservatore le tensioni di questa divisione, oggi un secondo referendum sulla Brexit potrebbe esistere soltanto per giustificare una nuova abdicazione della classe politica britannica dalle sue responsabilità di leadership.

Per diventare una possibilità concreta, il secondo referendum dovrebbe essere sostenuto apertamente da almeno uno dei due partiti maggiori. Nello specifico il Partito laburista. Il problema, come molti anti-corbinisti sottolineano, è che specularmente alle divisioni tra i conservatori anche nel Labour le opinioni sull’Europa sono tutt’altro che unanimi.

Jeremy Corbyn, giunto alla segreteria nazionale con molti decenni di ritardo rispetto alle sue idee, ma con la capacità di coinvolgere un movimento ampio di cittadini attorno alla sua figura, è notoriamente un eurocritico. Uno di quegli esponenti della sinistra europea che nell’UE vede soltanto le politiche liberali in economia, ed i limiti di un centro decisionale spostato da Westminster a Bruxelles.

I suoi sostenitori non nascondo una certa simpatia per un disastroso Brexit conservatore, che potrebbe permettere al Labour di conquistare il dominio politico per il prossimo decennio, ed al contempo li lascerebbe liberi di tentare una svolta socialista in extremis. Ma Corbyn sa bene che questa componente, che gli è stata fedele per anni, non è sufficiente per mantenerlo al potere. Il suo successo è stato dovuto alla mobilitazione di migliaia di giovani che provengono da ceto urbano cosmopolita ed europeista.

Le contraddizioni del Partito laburista riflettono quelle del paese, e lasciano ampio spazio alle componenti più radicali dei Leavers tornati all’attacco con l’ex ministro Boris Johnson, in un cupo susseguirsi di polemiche e complotti contro Theresa May. Anche loro, però, pagano lo sconto di essere un piccolo manipolo in un parlamento dove a complicare il quadro il governo di minoranza conservatore è mantenuto in vita subendo il costante ricatto degli unionisti nordirlandesi.

Se la prospettiva che tra sette mesi il divorzio tra Regno Unito ed UE si risolva in un ‘’No deal’’ preoccupa entrambe le parti, la classe politica britannica, con la sua pessima gestione negoziale da parte del governo, e la totale assenza di visione politica sul futuro per parte dell’opposizione, stanno facendo di tutto affinché questo avvenga.

Il secondo referendum, che potrebbe essere la strada apparentemente più semplice per risolvere la questione, richiederebbe la presenza della politica e non il suo annullamento. Come ha imparato a sue spese Alexis Tsipras nel 2015, il popolo risponde soltanto ad un paio di opzioni stampate sulla scheda. Il giorno dopo i partiti devono conciliare queste richieste con la realtà generale.

Advertisements

La Chiesa deve purificarsi

Questa settimana la Chiesa cattolica è stata scossa da un nuovo scandalo scioccante quando un’ inchiesta giudiziaria in Pennsylvania ha puntato l’indice contro centinaia di sacerdoti statunitensi, ed alcuni dei loro vescovi, per aver sistematicamente abusato di più di mille minori dal 1947 in poi.

Le rivelazioni sono soltanto l’ultimo capitolo di una serie di casi analoghi che hanno coinvolto chierici cattolici in vari paesi del mondo. Nonostante le riforme legislative di Joseph Ratzinger, e un mutato atteggiamento verso le vittime introdotto dal suo successore, i nuovi casi (di recente in Cile) mostrano una Chiesa cattolica apparentemente incapace di affrontare radicalmente il problema.

Il report del Grand Jury statunitense sembra confermare che molti dei sacerdoti coinvolti avrebbero ricevuto protezione dai loro vescovi, potendo continuare a svolgere le loro funzioni religiose (ed il loro abusi) in maniera indisturbata per anni. La cultura del silenzio e la difesa dell’istituzione sono elementi che spesso sono emersi in questo genere di inchieste, anche fuori dagli Stati Uniti.

Nonostante il nuovo corso imposto dal nuovo Papa di Roma, una svolta politica verso i temi sociali, a distanza di cinque anni dalla drammatica fine del regno di Benedetto XVI la Chiesa cattolica appare sempre più irriformabile dal suo interno. Lo dimostra il percorso delle riforme volute da Jorge Mario Bergoglio, eletto nel 2013 con il mandato di fare pulizia nella curia romana, arenatesi, con l’unica eccezione di un rimescolamento della composizione del Collegio cardinalizio, che però influenzerà il futuro più che il presente.

Le motivazioni delle dimissioni di Mary Collins dalla commissione antiabusi vaticana nel 2017 dimostrano la fragilità delle iniziative di Francesco quando vengono apertamente osteggiate dalla potente burocrazia pontificia. La curia romana, alla stregua di una corte rinascimentale, continua ad essere dominata da cordate e correnti, intrise della cultura di autopreservazione dell’istituzione da qualsiasi movimento esterno.

È innegabile che attorno alle rivelazioni degli abusi di esponenti del clero cattolico si giochi anche una questione più ampia. Il Cristianesimo in Occidente sembra sempre più destinato a diventare una (seppur cospicua) minoranza, che dovrà imparare a convivere in contesti via via sempre più multiculturali e multiconfessionali. Il declino della partecipazione al culto religioso, ed il crescente divorzio tra l’etica pubblica ed i dettami morali cristiani (soprattutto cattolici) in campo sessuale, ma sempre più anche nell’ambito sociale, alimentano un’ostilità crescente verso le comunità religiose e le istituzioni ecclesiastiche.

Questi elementi, purtroppo, favoriscono quella cultura del silenzio che domina ancora parte delle gerarchie cattoliche nel mondo, e che viene rivelata dalle inchieste giudiziarie. Se la Chiesa cattolica sembra irriformabile, ed i suoi settori sani inermi, lo Stato non può non intervenire.

Come già avvenuto in paesi come l’Australia od il Belgio, anche da noi serve uno sforzo maggiore da parte delle autorità pubbliche per far uscire dall’ombra le vittime, punire i colpevoli e sostenere i riformatori. Questo sforzo deve partire dalla creazione di una commissione nazionale indipendente (e neutra) di inchiesta sulle accuse contro esponenti del clero, un percorso di pulizia necessario, seppur doloroso per le vittime, che è ad oggi l’unica speranza di un rinnovamento concreto per la Chiesa di Roma.

Il tema degli abusi nella Chiesa cattolica non è più trascurabile, ma deve essere affrontato con decisione da parte della società e dello Stato, senza mai perdere di vista la complessa storia dell’istituzione ecclesiastica, ed il contesto socio-culturale attuale.

L’Italia appesa ai tweets.

Da due mesi a questa parte il nostro paese sta vivendo in un universo parallelo. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, è stata la reazione di Matteo Salvini alla tragedia del crollo del Ponte Morandi di Genova. In sostanza, il vicepremier Salvini ci ha detto che i vincoli di bilancio dell’Unione Europea impediscono il finanziamento delle opere di ristrutturazione di infrastrutture come il ponte genovese. E poi succedono queste tragedie, ha aggiunto.

I commenti del ministro dell’Interno sono stati seguiti a ruota dal collega Luigi Di Maio, che ha ritenuto di dover fare presente (oltre alla sua presenza) la fermezza del Movimento 5 Stelle in questi frangenti. La colpa è di Autostrade per l’Italia, ha detto. È ora che sia lo Stato a gestire queste infrastrutture. Quello stesso Stato che i senatori grillini hanno omaggiato, durante la discussione per la fiducia, gridando in aula: <<Fuori la mafia dallo Stato>>? Non ci è dato sapere, ma forse il vicepremier intendeva dire sarebbe meglio se fossero loro del 5 Stelle a gestire le autostrade, anche se sono contrari alle grandi opere, e credono nella decrescita felice.

Che si tratti di respingere alla deriva in mare aperto una nave carica di persone inermi, applaudire ai commenti sopra le righe di un capotreno, negare il problema crescente del razzismo od imputare indirettamente a Bruxelles il crollo di un viadotto autostradale, il governo, i partiti e l’informazione restano ancorate all’attimo fuggente. Il modello culturale del ‘’tweet’’ ha egemonizzato la discussione politica, le reazioni, e sembra inarrestabile.     

La tragedia di Genova si intreccia con la crisi che sta attraversando la società italiana e che si è così ben manifestata alle ultime elezioni. Il cambiamento enunciato prende sempre più la forma di una fuga collettiva dalla realtà, dai problemi di fondo e dalle difficili soluzioni. E soprattutto non sembra essere in grado di produrre una visione a lungo termine. Il tema delle infrastrutture è soltanto uno tra i tanti che il governo Conte dovrà affrontare a breve.

La strategia messa in campo in ambito europeo sembra seguire la stessa logica. Il mito di fare la voce grossa, predicato da Matteo Salvini, in ultima istanza, è il sintomo rivelatore di una decadenza ampiamente percepita. La reazione ad un’Europa che se vorrà continuare a sopravvivere come luogo geopolitico autonomo nei prossimi decenni dovrà essere sempre più integrata politicamente ed economicamente. L’Italia, che si trova in una posizione di debolezza dovuta all’enorme debito pubblico ma anche ad una transizione post-industriale a cui la politica non riesce a disegnare una soluzione, dovrà inevitabilmente accettare compromessi e compiere riforme profonde per adeguarsi.

Queste questioni urgenti sono completamente assenti dal dibattito pubblico. I concetti vengono ridotti ad ‘’hashtag’’, dentro cui chiunque può leggere quello che vuole. Un paese appeso ad un social network sembra pericolosamente sulla strada di convincersi che l’universo parallelo che si è creato sia il mondo reale, dove la paura e la sconfitta di sottofondo alimentano un nazionalismo diffuso, che è il rifugio dei semplici.

Con buona pace degli esperti di comunicazione, che ultimamente hanno sostituito gli economisti nella supplenza della politica, questo modo di gestire le cose non può continuare a fronte di promesse elettorali irrealizzabili. Ma è altrettanto vero che fallimento dei gialloverdi non rimuoverà i problemi veri che esistono, tanto meno i sentimenti di quei milioni di elettori che li hanno premiati il 4 marzo scorso.