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Quello che ci unisce

Sono dovuti trascorrere settant’otto anni prima che un Capo di Stato italiano rendesse omaggio alla Resistenza ellenica. Un’attesa colpevolmente lunga, che però trova fine in un contesto ricco di significato. Sergio Mattarella, che si conferma ancora una volta un punto di riferimento ideale per il paese in crisi, ha scelto di partecipare in prima persona a quella che per lungo tempo (ed in parte lo è ancora) è stata una festa antitaliana, in un momento in cui a Roma governa una coalizione che non fa mistero di coltivare ideali nazionalisti ed antieuropei. Il messaggio è stato forte e chiaro: la storia è la lezione che i popoli non imparano mai abbastanza, per questo bisogna coltivare la memoria.

Il 28 ottobre del 1940, anniversario funesto della ‘’marcia su Roma’’, Mussolini ordinò l’invasione della Grecia, nell’angosciosa speranza di ottenere quelle <<poche migliaia di morti>> grazie ai quali si sarebbe potuto sedere al tavolo dei vincitori sentendosi pari all’allora onnipotente Hitler. La storia, però, andò molto diversamente. Il Regio Esercito italiano, sfinito e male equipaggiato dopo le guerre di Etiopia e Spagna, e demotivato dall’invasione di un paese amico, fu fermato dalle forze greche per lunghi mesi sulle montagne albanesi. Solo l’intervento diretto della Germania nazista nella primavera del 1941 permise di soggiogare la Grecia alle forze dell’Asse.

In un clima di profonda riconciliazione, dopo la parata militare i due presidenti, Sergio Mattarella e Procopis Pavlopoulos, si sono recati a Cefalonia dove hanno reso omaggio sia ai caduti della Divisione Acqui, che qui dopo l’armistizio del ’43 furono massacrati per essersi rifiutati di arrendersi ai tedeschi, che ai caduti della Resistenza ellenica. Un incontro ideale, tra due popoli e due paesi, caduti nella trappola fascista, l’uno aggressore e l’altro aggredito, che alla prova della storia hanno tirato fuori il meglio di loro opponendosi non solo ad un nemico comune ma soprattutto ad un ideale nazifascista che aveva trasformato l’Europa in un campo di morte e di macerie.

In questa fase storica in cui il progetto di un’Europa unita e democratica viene messo a rischio dalle evidenti insufficienze dell’attuale assetto intergovernativo a rispondere alle crisi economica e migratoria, così come dalle emergenti forze sovraniste e neo-nazionaliste, serve un forte investimento sui valori che ci uniscono. La linea di demarcazione tra passato e futuro, ben evidenziata da Altiero Spinelli decenni fa, quando l’idea di un’Europa unita era ancora da inventare, è il filo rosso che segnerà i prossimi mesi fino ed oltre le elezioni europee del maggio 2019.

Le sfide che ci troviamo dinnanzi non sono una maledizione, bensì una grande opportunità. Dopo decenni passati a frustrare le speranze di creare un’Europa federale dietro ad un falso europeismo di facciata, il peso delle crisi che viviamo e la radicalità con cui i sovranisti (di destra, di sinistra e populisti) disegnano una tetra alternativa fatta di confini e bandiere, costringono tutte le forze democratiche ad accettare la nostra visione.

Affinché lo spirito del 28 ottobre scorso a Cefalonia sopravviva, dobbiamo accettare la fine del ruolo storico degli stati nazionali, e pensare ad un percorso democratico attraverso cui costruire, per la prima volta nella storia, una federazione di popoli e regioni ricche di secoli di storia, cultura, lingue differenti, ma unite dall’essere l’unico luogo al mondo dove i valori della democrazia, della libertà e della uguaglianza, pur con le evidenti difficoltà, regnano.

Indipendentemente dalle forme con cui si combatteranno le elezioni europee del 2019, questa visione spinelliana deve essere alla base di una solidarietà costituente tra forze e persone diverse per cultura e idee, ma unite da questi valori. Il gesto di Sergio Mattarella e di Procopis Pavlopoulos di unire le parti migliori della nostra storia europea, senza dimenticare quelle peggiori, è la dimostrazione che quello che ci unisce è più forte di quello che ci divide.

Il Papa, Tsipras e gli ultimi del mondo.

article_19267<< Abbiamo avuto l’occasione oggi di discutere con Papa Francesco, chiamato il ”Papa dei poveri” della crisi economica che non è solo economica ma essenzialmente di valori>>, così un sorridente Alexis Tsipras in piazza San Pietro ha descritto il risultato dell’udienza privata, durata quarantacinque minuti, concessa da Papa Francesco su richiesta del politico greco, ieri mattina in Vaticano. E’ la prima volta che un esponente politico di Atene rende visita al Papa di Roma, preceduto pochi mesi fa dal Presidente della Repubblica Karolos Papoulias, anche in ragione della storica forte ostilità al dialogo interreligioso di un’ ampia corrente della Chiesa ortodossa di Grecia. Il signor Tsipras ha illustrato al Pontefice la situazione sociale della Grecia, dopo quattro anni di crisi economica, ricevendo la comprensione del Papa che ha espresso il suo sdegno per un sistema dove i << mercati prevalgono sulla politica, ed hanno cancellato la centralità dell’uomo>> e riferendosi in particolare al suo paese d’origine, l’Argentina, ha denunciato le scelte politiche che hanno portato a << salvare le banche e non le persone>>. Nel corso dell’udienza privata il Pontefice argentino ed il leader socialradicale greco hanno trovato numerosi punti di convergenza tra loro, oltre alla condivisione dell’analisi della crisi economica e di valori che vive il mondo occidentale, per cui il signor Tsipras ha invitato pubblicamente il Pontefice a continuare il suo ruolo di denuncia delle ingiustizie, non è mancato un approfondimento sui temi internazionali, in particolare i conflitti in Ucraina, in Medio Oriente e nel Levante, sui quali il signor Tsipras ha offerto il suo sostegno alle iniziative di pace internazionali che il Papa intraprenderà. Sul tema dell’immigrazione, nervo sensibile per la Grecia che subisce flussi incontrollati di migranti dal confine terrestre con la Turchia in Tracia e verso le isole dell’Egeo, la visione di far prevalere il fattore umano, come richiesto con forza anche all’Italia nella visita a Lampedusa a pochi mesi dalla sua elezione da Francesco, ha unito i due uomini.

Il clima positivo dell’incontro, avvenuto alla presenza del coordinatore europeo del think thank della Sinistra Europea ”TransformWalter Baier, si è concluso con il saluto del Pontefice al presidente di Syriza: << Voi giovani politici parlate una lingua che sembra una melodia carica di speranza>>. Dal canto suo il signor Tsipras ha rivolto al Pontefice i saluti del Patriarca Ecumenico Ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo, che aveva informato della sua visita in Vaticano, il quale riceverà nella sua sede al Fanari a Costantinopoli, il prossimo novembre, Papa Francesco dopo il loro recente incontro ecumenico a Gerusalemme nel maggio scorso.  Ai giornalisti che lo attendevano ai piedi della scalinata di piazza San Pietro ha, infine, rivelato l’aspetto più prettamente politico dell’incontro con il Papa della Chiesa Cattolica, affrontato nel suo ruolo di ex candidato alla Presidenza della Commissione Europea per la Sinistra Unitaria Europea, dichiarando: <<Abbiamo concordato che il dialogo tra la Sinistra e la Chiesa Cristiana debba continuare. Partiamo da diverse genesi ideologiche e tuttavia ci incontriamo su valori comuni: sulla solidarietà, nell’amore fraterno, nella giustizia sociale, sulla speranza per una pace mondiale>>. 

Il fantasma dell’ultimo dei Papandreou.

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Mai il ”compleanno” di un partito ha coinciso con un pezzo così significativo di storia di una Nazione. Mai come quest’anno, un tale ”compleanno” è parso nei toni di una messa di suffragio per un’anima defunta, il ricordo di qualcosa di perso più che la celebrazione di qualcosa di vivo. Mercoledì 3 settembre ricorrono i quarant’anni dalla fondazione del Movimento Socialista Panellenico ad opera di Andrea Papandreou. Era il settembre del ’74, un anno prima gli studenti erano stati massacrati nel Politecnico di Atene dai militari, il colonnello Papadopoulos al potere dal 1967 era stato sostituito dall’ala dura delle uniformi. A luglio i turchi avevano invaso Cipro, occupandone metà del territorio, e gli Stati Uniti, per evitare una guerra che indebolisse la NATO ai confini mediterranei con l’Unione Sovietica tolse la sua protezione alla cupola militare che marcì rapidamente in pochi giorni. Il primo atto del nuovo premier democratico Costantino Karamanlis fu il richiamare dall’esilio tutti i capi politici, tra cui l’ex ministro Andrea Papandreou, già noto alle cronache per la sua lotta contro la Giunta.

24EECF61710AD50008A5E3E57372E6B3(Andreas Papandreou il 3 settembre del 1974)

Il grande rito annuale, celebrato con costanza dai protagonisti e dagli eredi di quell’evento, quest’anno però riassume tragicamente il dramma che la famiglia socialista greca sta vivendo. A dare il segno del caos che regna nel partito vi è la decisione di svolgere due celebrazioni parallele dell’anniversario, differenti tra loro per data ma sopratutto per significato politico. Il presidente del Pasok Evangelos Venizelos parlerà il 3 settembre all’iniziativa ufficiale, alla quale ha cercato, nelle ultime settimane, di cucire addosso il vestito delle grandi occasioni.  La macchina arrugginita del Movimento è stata interamente mobilitata per garantire la presenza nella sala, con centinaia di inviti spediti ad esponenti attuali e passati del Pasok, tra cui alcuni ormai in rotta col partito. Il tutto alla luce di una rilevazione elettorale impietosa, pubblicata nel fine settimana dal quotidiano ”Elefterotipia”, secondo cui i socialisti arriverebbero si e no al 3,3% dei consensi, un soffio appena sopra la soglia di sbarramento fissata al 3%. Il successo dell’evento per il presidente Venizelos è essenziale per traghettare il partito verso il nuovo Partito Democratico del Centrosinistra, dalla posizione di forza egemone. 

EB89FD8B18010556140DEB56CA48D420(Evangelos Venizelos davanti alle foto dei suoi predecessori. Da sinistra A. Papandreou, K. Simitis e G. Papandreou)

Ma il dato che segna l’eccezionalità dell’evento, oltre al calcolo degli anni, è la seconda iniziativa celebrativa che registra il ritorno sulla scena di un uomo che, per tutti, appartiene ormai al passato di questi quarantanni di storia: Giorgio Papandreou. Questo pomeriggio, infatti, presenzierà all’apertura di una mostra dal titolo emblematico: ” Dalla Lotta senza quartiere al Cambiamento”, dedicata interamente all’attività politica del nonno Georgios Papandreou negli anni ’60 ed a quella del padre negli anni ’80, iniziata con la vittoria elettorale del 1981 sotto lo slogan: ”Cambiamento”, appunto.

E’ raro incontrare Giorgio Papandreou in Grecia, ultimamente. Negli ultimi due anni, nonostante sia un deputato in carica, ha dedicato il suo tempo a conferenze internazionali, al suo ruolo di presidente dell’Internazionale Socialista e di professore dell’Università di Harvard. Il segnale che fosse necessario per lui cambiare area gli venne la notte di Pasqua del 2012, a pochi mesi dalla sua uscita di scena ingloriosa, prima dal Governo e poi dal Pasok, quando lui e la moglie furono cacciati dalla chiesa dove si stavano recando, da una folla inferocita che lo condannava senza processo, oltre che per i suoi personali errori nella gestione della bancarotta greca, fallimentare dal punto di vista sociale, sopratutto per tutti gli errori che la classe politica aveva condotto negli anni di ”buoni raccolti” proprio a partire da quel ”Cambiamento” del 1981. Il popolo in piedi, in attesa dell’unica Buona Novella di quel maledetto 2012, lo cacciò e lui, cogliendo al balzo l’occasione, si trasferì per diversi mesi ad Harvard ad insegnare ad una nuova classe dirigente.

Nonostante questo episodio quello che l’ex premier non ha mai accettato è stato di dover sollevare sulle sue spalle la totalità della responsabilità, attribuitagli anche da parte dei suoi ex amici socialisti, della crisi economica. Il baratro che si è formato tra lui ed il suo successore Venizelos non è più colmabile, sopratutto a causa della preannunciata fuga dal Pasok, giudicato un brand negativo. L’amarcord papandreiano, che andrà in scena oggi, appare pericolosamente ripiegato su se stesso. Il discorso che l’ex premier terrà stasera non potrà essere, infatti, un vero e proprio comizio, giacché fra il pubblico siederanno molti dei suoi nemici, tra cui in prima fila proprio Venizelos. Non sarà neppure un discorso di partito, poiché per segnare le distanze tra lui e la dirigenza attuale Giorgio Papandreou non partecipa più agli organi direttivi e non sarà presente mercoledì all’iniziativa ufficiale. Il non plus ultra di mantenere nome e simbolo, poi, più che un’indicazione strategica appaiono la recalcitrante ossessione di un vecchio che è chiamato a vendere la cascina che è diventata l’antica villa di famiglia. Solo il superamento del Pasok, come ben sa Venizelos, può portare a rifondare il Centrosinistra ed incunearlo tra Nuova Democrazia e Syriza, un luogo politico nuovo e sopratutto libero dall’eredità e dai complessi, appunto, del Pasok statalista e clientelare degli ultimi quarant’anni.

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Ma forse l’iniziativa di oggi non sarà un comizio, una lezione su come gestire il partito o di strategia politico-elettorale. Circondato dalle fotografie dei suoi antenati andrà in scena l’epilogo di questa dinastia, in un clima carico di nostalgia e polvere. Una sorta di museo, questa esposizione, che Giorgio Papandreou stesso decide di inaugurare. Ma si sa, i musei celebrano sempre la morte, mai le cose vive. In questo clima torna, sinistramente alla mente, la strofa finale della canzone, dal ritmo popolare, che nel 2004 venne registrata per celebrare l’elezione di Giorgio, l’erede a lungo atteso, alla presidenza del Movimento Socialista Panellenico. Come una buona intenzione, degna dell’antologia andreottiana per cui dovrebbe trovarsi a tappezzare, come tutte le buone intenzioni, le pareti dell’Inferno, queste parole paiono, oggi, essere il tormentoso contrappasso del fantasma dell’ultimo dei Papandreou. << Diventa il protettore del popolo ed il campione del bene, affinché mai si spenga il nome di Papandreou>>.