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Il caso Gozi.

La polemica di questi giorni contro Sandro Gozi, per l’annuncio fatto del suo futuro ingresso nel governo francese quale delegato per gli Affari Europei è un labirinto di vizi moderni ed antichi, ove le virtù sono poche e la ragione è quasi sempre assente. In un’Unione Europea che stenta ad integrarsi politicamente dopo più di dieci anni di crisi diffusa il potere degli Stati Membri continua a dominare le sue scelte fondamentali, da ultima quella sugli incarichi comunitari. Il campione dell’approccio europeista intergovernativo, Emmanuel Macron, ed i partiti simili al suo (Ciudadanos) hanno mostrato di saper cogliere gli aspetti più innovativi della fin qui avvenuta integrazione. La candidatura dell’ex primo ministro francese Manuel Valls a sindaco di Barcellona nei mesi scorsi ed adesso la nomina di Sandro Gozi, sono sicuramente un barlume positivo di raccordo politico che va in controtendenza rispetto all’immobilismo generale ed il letargo che partiti quali PSE e PPE vivono in fatto di evoluzione in partiti veramente federali. Tuttavia, i meriti di queste operazioni si limitano ad essere buone occasioni colte al volo, ma mancano totalmente di una visione strutturata.

Il risorgente nazionalismo a cui assistiamo, è caratterizzato da una dose di subalternità culturale che incontra un’indole di invidia sociale proiettata contro una Francia percepita (a giusta ragione) come messa in condizioni socioeconomiche migliori rispetto all’Italia. Un movimento sociale che, dato il generale clima di decadenza culturale del paese e la presenza di forze politiche immature e negative, non viene indirizzato verso uno scatto d’orgoglio volto ad un incremento degli sforzi per migliorare la situazione economica ed individuare una nuova etica pubblica della sobrietà e del lavoro. Al contrario, con dolo delle forze politiche di governo, questo movimento trova sfogo in uno stagno stantio di odio, accuse e frustrazione che non produce alcun risultato positivo, ma si limita a riproporre parole vuote quali <<Patria>> o <<tradimento>> certificando il successo di coloro che hanno ben compreso l’efficacia oppiacea del nazionalismo in una società impoverita, spaventata e disorientata. Ove le forze positive della ricerca, dell’innovazione e del progresso tecnico vengono messe da parte, ed i lavoratori svantaggiati ignorano una sana coscienza di classe con cui rivendicare diritti sociali persi od assenti, il nazionalismo ha gioco facile nel riproporsi quale forza conservatrice della storia, al servizio dello status quo.

L’impressione è quella di un paese perso in una recita scolastica di scarsa qualità, dove brillano per assenza adulti nella stanza in grado di porre fine a tutto questo. L’assenza di partiti veri, ideologicamente e socialmente strutturati si fa sentire più che mai in questa fase storica, ove a prevalere sono gli egoismi corporativi e le ambizioni personali. È difficile fare una previsione sugli anni futuri, ma il veleno nazionalista continuerà ad essere la faccia alternativa della medaglia di un’Europa intergovernativa ancorata agli interessi nazionali.

 

 

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Quello che ci unisce

Sono dovuti trascorrere settant’otto anni prima che un Capo di Stato italiano rendesse omaggio alla Resistenza ellenica. Un’attesa colpevolmente lunga, che però trova fine in un contesto ricco di significato. Sergio Mattarella, che si conferma ancora una volta un punto di riferimento ideale per il paese in crisi, ha scelto di partecipare in prima persona a quella che per lungo tempo (ed in parte lo è ancora) è stata una festa antitaliana, in un momento in cui a Roma governa una coalizione che non fa mistero di coltivare ideali nazionalisti ed antieuropei. Il messaggio è stato forte e chiaro: la storia è la lezione che i popoli non imparano mai abbastanza, per questo bisogna coltivare la memoria.

Il 28 ottobre del 1940, anniversario funesto della ‘’marcia su Roma’’, Mussolini ordinò l’invasione della Grecia, nell’angosciosa speranza di ottenere quelle <<poche migliaia di morti>> grazie ai quali si sarebbe potuto sedere al tavolo dei vincitori sentendosi pari all’allora onnipotente Hitler. La storia, però, andò molto diversamente. Il Regio Esercito italiano, sfinito e male equipaggiato dopo le guerre di Etiopia e Spagna, e demotivato dall’invasione di un paese amico, fu fermato dalle forze greche per lunghi mesi sulle montagne albanesi. Solo l’intervento diretto della Germania nazista nella primavera del 1941 permise di soggiogare la Grecia alle forze dell’Asse.

In un clima di profonda riconciliazione, dopo la parata militare i due presidenti, Sergio Mattarella e Procopis Pavlopoulos, si sono recati a Cefalonia dove hanno reso omaggio sia ai caduti della Divisione Acqui, che qui dopo l’armistizio del ’43 furono massacrati per essersi rifiutati di arrendersi ai tedeschi, che ai caduti della Resistenza ellenica. Un incontro ideale, tra due popoli e due paesi, caduti nella trappola fascista, l’uno aggressore e l’altro aggredito, che alla prova della storia hanno tirato fuori il meglio di loro opponendosi non solo ad un nemico comune ma soprattutto ad un ideale nazifascista che aveva trasformato l’Europa in un campo di morte e di macerie.

In questa fase storica in cui il progetto di un’Europa unita e democratica viene messo a rischio dalle evidenti insufficienze dell’attuale assetto intergovernativo a rispondere alle crisi economica e migratoria, così come dalle emergenti forze sovraniste e neo-nazionaliste, serve un forte investimento sui valori che ci uniscono. La linea di demarcazione tra passato e futuro, ben evidenziata da Altiero Spinelli decenni fa, quando l’idea di un’Europa unita era ancora da inventare, è il filo rosso che segnerà i prossimi mesi fino ed oltre le elezioni europee del maggio 2019.

Le sfide che ci troviamo dinnanzi non sono una maledizione, bensì una grande opportunità. Dopo decenni passati a frustrare le speranze di creare un’Europa federale dietro ad un falso europeismo di facciata, il peso delle crisi che viviamo e la radicalità con cui i sovranisti (di destra, di sinistra e populisti) disegnano una tetra alternativa fatta di confini e bandiere, costringono tutte le forze democratiche ad accettare la nostra visione.

Affinché lo spirito del 28 ottobre scorso a Cefalonia sopravviva, dobbiamo accettare la fine del ruolo storico degli stati nazionali, e pensare ad un percorso democratico attraverso cui costruire, per la prima volta nella storia, una federazione di popoli e regioni ricche di secoli di storia, cultura, lingue differenti, ma unite dall’essere l’unico luogo al mondo dove i valori della democrazia, della libertà e della uguaglianza, pur con le evidenti difficoltà, regnano.

Indipendentemente dalle forme con cui si combatteranno le elezioni europee del 2019, questa visione spinelliana deve essere alla base di una solidarietà costituente tra forze e persone diverse per cultura e idee, ma unite da questi valori. Il gesto di Sergio Mattarella e di Procopis Pavlopoulos di unire le parti migliori della nostra storia europea, senza dimenticare quelle peggiori, è la dimostrazione che quello che ci unisce è più forte di quello che ci divide.

L’Italia appesa ai tweets.

Da due mesi a questa parte il nostro paese sta vivendo in un universo parallelo. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, è stata la reazione di Matteo Salvini alla tragedia del crollo del Ponte Morandi di Genova. In sostanza, il vicepremier Salvini ci ha detto che i vincoli di bilancio dell’Unione Europea impediscono il finanziamento delle opere di ristrutturazione di infrastrutture come il ponte genovese. E poi succedono queste tragedie, ha aggiunto.

I commenti del ministro dell’Interno sono stati seguiti a ruota dal collega Luigi Di Maio, che ha ritenuto di dover fare presente (oltre alla sua presenza) la fermezza del Movimento 5 Stelle in questi frangenti. La colpa è di Autostrade per l’Italia, ha detto. È ora che sia lo Stato a gestire queste infrastrutture. Quello stesso Stato che i senatori grillini hanno omaggiato, durante la discussione per la fiducia, gridando in aula: <<Fuori la mafia dallo Stato>>? Non ci è dato sapere, ma forse il vicepremier intendeva dire sarebbe meglio se fossero loro del 5 Stelle a gestire le autostrade, anche se sono contrari alle grandi opere, e credono nella decrescita felice.

Che si tratti di respingere alla deriva in mare aperto una nave carica di persone inermi, applaudire ai commenti sopra le righe di un capotreno, negare il problema crescente del razzismo od imputare indirettamente a Bruxelles il crollo di un viadotto autostradale, il governo, i partiti e l’informazione restano ancorate all’attimo fuggente. Il modello culturale del ‘’tweet’’ ha egemonizzato la discussione politica, le reazioni, e sembra inarrestabile.     

La tragedia di Genova si intreccia con la crisi che sta attraversando la società italiana e che si è così ben manifestata alle ultime elezioni. Il cambiamento enunciato prende sempre più la forma di una fuga collettiva dalla realtà, dai problemi di fondo e dalle difficili soluzioni. E soprattutto non sembra essere in grado di produrre una visione a lungo termine. Il tema delle infrastrutture è soltanto uno tra i tanti che il governo Conte dovrà affrontare a breve.

La strategia messa in campo in ambito europeo sembra seguire la stessa logica. Il mito di fare la voce grossa, predicato da Matteo Salvini, in ultima istanza, è il sintomo rivelatore di una decadenza ampiamente percepita. La reazione ad un’Europa che se vorrà continuare a sopravvivere come luogo geopolitico autonomo nei prossimi decenni dovrà essere sempre più integrata politicamente ed economicamente. L’Italia, che si trova in una posizione di debolezza dovuta all’enorme debito pubblico ma anche ad una transizione post-industriale a cui la politica non riesce a disegnare una soluzione, dovrà inevitabilmente accettare compromessi e compiere riforme profonde per adeguarsi.

Queste questioni urgenti sono completamente assenti dal dibattito pubblico. I concetti vengono ridotti ad ‘’hashtag’’, dentro cui chiunque può leggere quello che vuole. Un paese appeso ad un social network sembra pericolosamente sulla strada di convincersi che l’universo parallelo che si è creato sia il mondo reale, dove la paura e la sconfitta di sottofondo alimentano un nazionalismo diffuso, che è il rifugio dei semplici.

Con buona pace degli esperti di comunicazione, che ultimamente hanno sostituito gli economisti nella supplenza della politica, questo modo di gestire le cose non può continuare a fronte di promesse elettorali irrealizzabili. Ma è altrettanto vero che fallimento dei gialloverdi non rimuoverà i problemi veri che esistono, tanto meno i sentimenti di quei milioni di elettori che li hanno premiati il 4 marzo scorso.